NESSUNO ALLO SPECCHIO

PRIMA USCITA

PARTE I

Sylvia Plath

Quando si incontra Sylvia Plath la vita cambia.
Questo è un assunto, forse esagerato, ma vero almeno per quanti hanno letto le sue opere sia poetiche che di prosa. La scrittura di Plath è stata definita in molti modi, viene ad oggi considerata una di quelle autrici che aprì al genere della poesia confessionale. Per citare solo due degli antesignani di questa forma: Jules Laforgue e Robert Lowell.
La poesia di Plath è una sorta di polso della situazione interna. Nelle sue parole emerge il suo mondo interiore. È una forma di poesia che in maniera molto forte e radicale mette il sé al centro della propria ricerca. Non è forse un caso che questo sé sia spesso smarrito o spaesato.

Poco dopo i vent’anni Sylvia ha già tentato il suicidio a più riprese e le viene diagnosticata una forma di disturbo bipolare. L’io centrale, il nucleo delle sue poesie è qualcosa di mobile, di sincopato, un singhiozzo.

Piccoli papaveri, piccole fiamme d’inferno,
Non fate male?
Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.
Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.
E mi estenua il guardarvi così guizzanti,
Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.
Una bocca da poco insanguinata.
Piccole maledette gonne!
Ci sono fumi che non posso toccare.
Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?
Ah se potessi sanguinare, o dormire! –
Potesse la mia bocca sposarsi a una ferità così!
O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,
Stordente e riposante. Ma senza, senza colore.
Da Papaveri in luglio (poesia edita postuma nel 1972)

L’impressione che si ha è di poter sfiorare le cose, ma non poterle toccare. Qualcosa cattura la nostra attenzione, la osserviamo, ma senza meraviglia. È il supplizio di Tantalo, ma in vita. Tutto è lì a portata di mano, ma non si può più avere. Immaginate una vita così, fatta di una distanza minima, ma che non si può colmare. I desideri sono semplici e inarrivabili e non c’è gioia, perché il desiderio non solo non si può appagare, ma allarga lo spazio. La bocca è una ferita dalla quale colano solo parole che non possono prendere il posto di chi le pronuncia. Così ogni sentimento da quelli positivi a quelli negativi generano un buco dentro la persona che li sperimenta. Il corpo diventa più leggero, si disancora dalla terra e finisce come un respiro dentro di sé.
Per raccontare una vita così ci si affida a frammenti, perché il pensiero lineare non ha spazio a sufficienza per svilupparsi. La mente è un insieme di guizzi discontinui, ai quali risulta impossibile dare una continuità, almeno nei termini di ciò che noi intendiamo per continuità. È forse per questo che la poesia di Plath è qualcosa di simile al glimpse inglese. Uno sguardo frettoloso, solo un’occhiata che non può afferrare il tutto, ma solo l’alternanza di colore tra le tinte. Basterebbe rassegnarsi chiudere gli occhi, anziché continuare.

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.

NESSUNO ALLO SPECCHIO

PRIMA USCITA

PARTE I

Sylvia Plath

Quando si incontra Sylvia Plath la vita cambia.
Questo è un assunto, forse esagerato, ma vero almeno per quanti hanno letto le sue opere sia poetiche che di prosa. La scrittura di Plath è stata definita in molti modi, viene ad oggi considerata una di quelle autrici che aprì al genere della poesia confessionale. Per citare solo due degli antesignani di questa forma: Jules Laforgue e Robert Lowell.
La poesia di Plath è una sorta di polso della situazione interna. Nelle sue parole emerge il suo mondo interiore. È una forma di poesia che in maniera molto forte e radicale mette il sé al centro della propria ricerca. Non è forse un caso che questo sé sia spesso smarrito o spaesato.

Poco dopo i vent’anni Sylvia ha già tentato il suicidio a più riprese e le viene diagnosticata una forma di disturbo bipolare. L’io centrale, il nucleo delle sue poesie è qualcosa di mobile, di sincopato, un singhiozzo.

Piccoli papaveri, piccole fiamme d’inferno,
Non fate male?
Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.
Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.
E mi estenua il guardarvi così guizzanti,
Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.
Una bocca da poco insanguinata.
Piccole maledette gonne!
Ci sono fumi che non posso toccare.
Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?
Ah se potessi sanguinare, o dormire! –
Potesse la mia bocca sposarsi a una ferità così!
O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,
Stordente e riposante. Ma senza, senza colore.
Da Papaveri in luglio (poesia edita postuma nel 1972)

L’impressione che si ha è di poter sfiorare le cose, ma non poterle toccare. Qualcosa cattura la nostra attenzione, la osserviamo, ma senza meraviglia. È il supplizio di Tantalo, ma in vita. Tutto è lì a portata di mano, ma non si può più avere. Immaginate una vita così, fatta di una distanza minima, ma che non si può colmare. I desideri sono semplici e inarrivabili e non c’è gioia, perché il desiderio non solo non si può appagare, ma allarga lo spazio. La bocca è una ferita dalla quale colano solo parole che non possono prendere il posto di chi le pronuncia. Così ogni sentimento da quelli positivi a quelli negativi generano un buco dentro la persona che li sperimenta. Il corpo diventa più leggero, si disancora dalla terra e finisce come un respiro dentro di sé.
Per raccontare una vita così ci si affida a frammenti, perché il pensiero lineare non ha spazio a sufficienza per svilupparsi. La mente è un insieme di guizzi discontinui, ai quali risulta impossibile dare una continuità, almeno nei termini di ciò che noi intendiamo per continuità. È forse per questo che la poesia di Plath è qualcosa di simile al glimpse inglese. Uno sguardo frettoloso, solo un’occhiata che non può afferrare il tutto, ma solo l’alternanza di colore tra le tinte. Basterebbe rassegnarsi chiudere gli occhi, anziché continuare.

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.