BLACK LIVES MATTER
SECONDA USCITA
PARTE II
Anche in Europa?
Dopo le piazze partite negli Stati Uniti, il movimento Black Lives Matter è arrivato in Europa. Parole d’ordine a volte simili, a volte opposte, hanno contraddistinto il movimento d’oltreoceano in chiave continentale. Problemi analoghi e assai differenti colpiscono le comunità nere negli Stati europei, tutti intrisi però dello stesso germe, quello del razzismo.
La situazione nei Paesi europei si lega indissolubilmente a quella migratoria. Le migrazioni dall’Africa in Europa, sono avvenute con tempi e modi differenti: la Francia ha una lunga storia di immigrazione mentre l’Italia ha conosciuto questo fenomeno recentemente. Il nostro Paese, in meno di mezzo secolo, è passato da terra d’emigrazione a terra d’immigrazione, e le discriminazioni non sono tardate ad arrivare, in piena linea con il resto d’Europa.
Secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, il 24% degli intervistati di origine africana che viveva nell’UE, è stato fermato dalla polizia nei cinque anni precedenti all’indagine, e il 41% di loro ritiene che lo stop sia stato motivato dalla razza. Il 63% delle vittime di attacchi fisici razzisti compiuti dalla polizia, non denuncia l’incidente per mancanza di fiducia nelle istituzioni (fonte: https://bit.ly/3m3mK0O).
In Europa esiste un problema di difficile convivenza con il tema del razzismo, che necessiterebbe di politiche concrete, a partire dalla riforma dei programmi scolastici, che poco o nulla trattano delle conseguenza devastanti del colonialismo, per fare solo un esempio. Ma per fare tutto questo serve sfatare un mito che troppo spesso aleggia tra le culture europee, anche tra quelle più progressiste: la convinzione che il razzismo strutturale sia un problema solo statunitense e che i nostri Paesi vivano la xenofobia come sintomo occasionale magari di ondate migratorie particolarmente copiose. Il problema del razzismo non può più essere esternalizzato.
Se vi chiedessi di pensare a una persona degli Stati Uniti, chi vi verrebbe in mente? Molti penseranno a un uomo o una donna bianca, una cantante, un politico, un attore, ma a molti potrebbe venire in mente anche un afroamericano o un’afroamericana, magari famosi nello sport o nello spettacolo.
Se vi chiedessi di pensare ad un europeo, vi verrebbe mai in mente una persona di colore? Da qui parte il problema. Essere europeo non significa essere necessariamente bianco.
Donne e uomini europei hanno scelto di scendere in piazza sotto lo slogan “Black Lives Matter”. A Parigi, il 2 giugno 2020, in Place de la Rèpublique, i manifestanti si sono riuniti in memoria di Adama Traorè, un ragazzo nero morto dopo essere stato fermato dalla polizia. Adama è morto il 19 luglio 2016 a 24 anni nel cortile della caserma di Persan. Era stato fermato dalla polizia per un controllo dei documenti, cosa che ai ragazzi neri in Francia accade 20 volte più spesso che ai bianchi. Adama non è morto davanti agli occhi di tutti e nessuno ha subito imputazioni per il suo omicidio, ma per lui decine di migliaia di persone si sono riversate in piazza per sottolineare che le violenze della polizia e la xenofobia, non sono diverse da quelle statunitensi. Sono strutturali e non sporadiche.
Politiche e non casuali.
A Londra molte limitazioni sono state imposte alle manifestazioni, e c’è anche chi si è mobilitato, in risposta, per salvaguardare i monumenti che avrebbero potuto diventare facile bersaglio dei manifestanti, come quello di Winston Churchill a Parliament Square.
Molti di noi hanno guardato indignati e inorriditi la morte in diretta di George Floyd, forse perché particolarmente focalizzati, in tempi di pandemia globale, sull’unica finestra sociale rimasta aperta, quella dei media. Mentre guardavamo quel ginocchio premere, probabilmente non ci siamo ricordati, o magari non avevamo mai saputo, che il 13 dicembre 2011 al mercato di Firenze, a meno di due ore di macchina da Perugia, l’italiano Gianluca Casseri, militante di CasaPound, aveva sparato e ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, ferendone altri tre. O che nella stessa città, il 5 marzo 2018, Idy Diene è stato ucciso con 6 colpi di pistola da Roberto Pirrone. Idy aveva adottato la figlia di Modou, rimasta orfana 7 anni prima. Orfana due volte. Causa: razzismo politico, e sistemico, in Italia. Qui http://www.razzismobruttastoria.net/ potete trovare altre storie simili a queste, molto più frequenti di quanto si possa immaginare.
C’è chi in Italia combatte il razzismo e le sue ombre da tempo, come Elvira Banotti, la giornalista italo-eritrea scomparsa nel 2014 fondatrice del gruppo femminista Rivolta Femminile, che nel 1969 contestò Indro Montanelli per lo stupro di una bambina eritrea, questione tornata recentemente alle cronache televisive. C’è ancora chi in Italia, preda del razzismo, maschera con il “buon senso” il contrasto all’immigrazione, rifiutando di accogliere quei numeri in arrivo dal Mediterraneo, dai Balcani e perché no, anche in aereo con una borsa di dottorato. Numeri che sono persone, un lessico che disumanizza e che nega un problema profondo.
Le piazze italiane ed europee di Black Lives Matter parlavano di questo e ponevano, a chi le osservava, un quesito: quali vite nere contano nel mondo? Quelle di George Floyd, quelle dei ragazzi di seconda generazione discriminati nelle scuole, quelle dei braccianti vittime del caporalato, quelle dei detenuti nei centri libici, quelle dei sottopagati e costretti al lavoro nero per 2 euro al giorno, quelle di tutti coloro che una vita per cui combattere l’hanno persa in mare. 4.851 solo nel 2016 (fonte: http://esodi.mediciperidirittiumani.org/grafici/), l’equivalente della popolazione di una cittadina umbra. In quelle piazze sono stati letti i nomi di quelle persone, si sono denunciate leggi inique che continuano a generare queste stragi. La risposta è stata che quelle vite contano tutte e allo stesso modo.
I percorsi di emancipazione sono diversi, come diverse sono le cause che li motivano. Diverse sono anche le leggi e le prassi nazionali contro cui lottare. In Italia si combatte per abbandonare lo Ius Sanguinis in favore dello Ius Soli, mentre negli Stati Uniti le comunità afroamericane combattono da più di un secolo contro la “voter suppression” che rende la loro espressione di voto più complicata che per i bianchi. I fenomeni sono molteplici, come lo sono le soluzioni e le strade per porvi fine.
C’è chi parla di sfruttare il proprio privilegio bianco nella lotta alle privazioni nere, magari abbandonando dei bias quotidiani o concentrandosi sullo sviluppo di un linguaggio antirazzista. Il primo passo sarà lasciare spazio a chi combatte questa nuova/vecchia battaglia, senza pretendere di fornirne le risposte ad altri, ma mettendosi a disposizione di un movimento.
Articolo a cura di Costanza Spera.
Foto di Guglielmo Gomez.
BLACK LIVES MATTER
SECONDA USCITA
PARTE II
Anche in Europa?
Dopo le piazze partite negli Stati Uniti, il movimento Black Lives Matter è arrivato in Europa. Parole d’ordine a volte simili, a volte opposte, hanno contraddistinto il movimento d’oltreoceano in chiave continentale. Problemi analoghi e assai differenti colpiscono le comunità nere negli Stati europei, tutti intrisi però dello stesso germe, quello del razzismo.
La situazione nei Paesi europei si lega indissolubilmente a quella migratoria. Le migrazioni dall’Africa in Europa, sono avvenute con tempi e modi differenti: la Francia ha una lunga storia di immigrazione mentre l’Italia ha conosciuto questo fenomeno recentemente. Il nostro Paese, in meno di mezzo secolo, è passato da terra d’emigrazione a terra d’immigrazione, e le discriminazioni non sono tardate ad arrivare, in piena linea con il resto d’Europa.
Secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, il 24% degli intervistati di origine africana che viveva nell’UE, è stato fermato dalla polizia nei cinque anni precedenti all’indagine, e il 41% di loro ritiene che lo stop sia stato motivato dalla razza. Il 63% delle vittime di attacchi fisici razzisti compiuti dalla polizia, non denuncia l’incidente per mancanza di fiducia nelle istituzioni (fonte: https://bit.ly/3m3mK0O).
In Europa esiste un problema di difficile convivenza con il tema del razzismo, che necessiterebbe di politiche concrete, a partire dalla riforma dei programmi scolastici, che poco o nulla trattano delle conseguenza devastanti del colonialismo, per fare solo un esempio. Ma per fare tutto questo serve sfatare un mito che troppo spesso aleggia tra le culture europee, anche tra quelle più progressiste: la convinzione che il razzismo strutturale sia un problema solo statunitense e che i nostri Paesi vivano la xenofobia come sintomo occasionale magari di ondate migratorie particolarmente copiose. Il problema del razzismo non può più essere esternalizzato.
Se vi chiedessi di pensare a una persona degli Stati Uniti, chi vi verrebbe in mente? Molti penseranno a un uomo o una donna bianca, una cantante, un politico, un attore, ma a molti potrebbe venire in mente anche un afroamericano o un’afroamericana, magari famosi nello sport o nello spettacolo.
Se vi chiedessi di pensare ad un europeo, vi verrebbe mai in mente una persona di colore? Da qui parte il problema. Essere europeo non significa essere necessariamente bianco.
Donne e uomini europei hanno scelto di scendere in piazza sotto lo slogan “Black Lives Matter”. A Parigi, il 2 giugno 2020, in Place de la Rèpublique, i manifestanti si sono riuniti in memoria di Adama Traorè, un ragazzo nero morto dopo essere stato fermato dalla polizia. Adama è morto il 19 luglio 2016 a 24 anni nel cortile della caserma di Persan. Era stato fermato dalla polizia per un controllo dei documenti, cosa che ai ragazzi neri in Francia accade 20 volte più spesso che ai bianchi. Adama non è morto davanti agli occhi di tutti e nessuno ha subito imputazioni per il suo omicidio, ma per lui decine di migliaia di persone si sono riversate in piazza per sottolineare che le violenze della polizia e la xenofobia, non sono diverse da quelle statunitensi. Sono strutturali e non sporadiche.
Politiche e non casuali.
A Londra molte limitazioni sono state imposte alle manifestazioni, e c’è anche chi si è mobilitato, in risposta, per salvaguardare i monumenti che avrebbero potuto diventare facile bersaglio dei manifestanti, come quello di Winston Churchill a Parliament Square.
Molti di noi hanno guardato indignati e inorriditi la morte in diretta di George Floyd, forse perché particolarmente focalizzati, in tempi di pandemia globale, sull’unica finestra sociale rimasta aperta, quella dei media. Mentre guardavamo quel ginocchio premere, probabilmente non ci siamo ricordati, o magari non avevamo mai saputo, che il 13 dicembre 2011 al mercato di Firenze, a meno di due ore di macchina da Perugia, l’italiano Gianluca Casseri, militante di CasaPound, aveva sparato e ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, ferendone altri tre. O che nella stessa città, il 5 marzo 2018, Idy Diene è stato ucciso con 6 colpi di pistola da Roberto Pirrone. Idy aveva adottato la figlia di Modou, rimasta orfana 7 anni prima. Orfana due volte. Causa: razzismo politico, e sistemico, in Italia. Qui http://www.razzismobruttastoria.net/ potete trovare altre storie simili a queste, molto più frequenti di quanto si possa immaginare.
C’è chi in Italia combatte il razzismo e le sue ombre da tempo, come Elvira Banotti, la giornalista italo-eritrea scomparsa nel 2014 fondatrice del gruppo femminista Rivolta Femminile, che nel 1969 contestò Indro Montanelli per lo stupro di una bambina eritrea, questione tornata recentemente alle cronache televisive. C’è ancora chi in Italia, preda del razzismo, maschera con il “buon senso” il contrasto all’immigrazione, rifiutando di accogliere quei numeri in arrivo dal Mediterraneo, dai Balcani e perché no, anche in aereo con una borsa di dottorato. Numeri che sono persone, un lessico che disumanizza e che nega un problema profondo.
Le piazze italiane ed europee di Black Lives Matter parlavano di questo e ponevano, a chi le osservava, un quesito: quali vite nere contano nel mondo? Quelle di George Floyd, quelle dei ragazzi di seconda generazione discriminati nelle scuole, quelle dei braccianti vittime del caporalato, quelle dei detenuti nei centri libici, quelle dei sottopagati e costretti al lavoro nero per 2 euro al giorno, quelle di tutti coloro che una vita per cui combattere l’hanno persa in mare. 4.851 solo nel 2016 (fonte: http://esodi.mediciperidirittiumani.org/grafici/), l’equivalente della popolazione di una cittadina umbra. In quelle piazze sono stati letti i nomi di quelle persone, si sono denunciate leggi inique che continuano a generare queste stragi. La risposta è stata che quelle vite contano tutte e allo stesso modo.
I percorsi di emancipazione sono diversi, come diverse sono le cause che li motivano. Diverse sono anche le leggi e le prassi nazionali contro cui lottare. In Italia si combatte per abbandonare lo Ius Sanguinis in favore dello Ius Soli, mentre negli Stati Uniti le comunità afroamericane combattono da più di un secolo contro la “voter suppression” che rende la loro espressione di voto più complicata che per i bianchi. I fenomeni sono molteplici, come lo sono le soluzioni e le strade per porvi fine.
C’è chi parla di sfruttare il proprio privilegio bianco nella lotta alle privazioni nere, magari abbandonando dei bias quotidiani o concentrandosi sullo sviluppo di un linguaggio antirazzista. Il primo passo sarà lasciare spazio a chi combatte questa nuova/vecchia battaglia, senza pretendere di fornirne le risposte ad altri, ma mettendosi a disposizione di un movimento.
Articolo a cura di Costanza Spera.
Foto di Guglielmo Gomez.

