BLACK LIVES MATTERS
PRIMA USCITA
parte i
QUALCUNO HA GRIDATO
#BlackLivesMatter.
È questo l’hashtag che inizia a comparire sui social nell’estate del 2013. È stato appena assolto George Zimmerman, responsabile, nel 2012, dell’assassinio di Trayvon Martin. Il grido partito dai social arriva in piazza nel 2014, dopo gli omicidi di Michael Brown ed Eric Garner. I casi all’attenzione delle piazze iniziano a essere tanti, troppi, e il movimento comincia a strutturarsi. Passano intanto le elezioni del 2016, il suprematismo bianco esce dal dark web e arriva nelle piazze come non succedeva dai tempi del segregazionismo. Il clima cambia, si fa pesante, la polizia perpetua nell’uso della violenza e il mondo inizia ad accorgersi che il razzismo sistemico esiste ancora. Eccome se esiste.
A volte serve una miccia, un evento che fa scattare qualcosa che fino a poco prima era sopito, in attesa di esplodere. E quando il fuoco parte non si ferma. È proprio il fuoco l’elemento esemplificativo di Black Lives Matter. Il fuoco della rabbia è il fuoco che arde sulla centrale di polizia di Minneapolis: “Minnesota burns”. L’ex cestista NBA Kareem Abdul-Jabbar ha efficacemente descritto gli Usa come pervasi dal “pulviscolo del razzismo”.
Il 25 maggio 2020 George Floyd muore sotto il ginocchio di Derek Chauvin, davanti allo sguardo incredulo della folla. Il ginocchio preme sul collo di George, che non respira. Non respira più. La sua vita finisce così, sdraiato vicino ad una volante, con un video in diretta mondiale. Insieme lo abbiamo visto esalare l’ultimo respiro. La sua vita non era più sua, era la miccia che ha fatto divampare l’incendio. La morte è una questione privata, ma nell’era della spettacolarizzazione mediatica anche questo è un lusso che gli afroamericani non possono ancora permettersi. Inizia con questo video uno dei più grandi movimenti della storia degli Stati Uniti.
BLM porta avanti due rivendicazioni: disinvestire sulla polizia e investire, veramente, sulla comunità nera. Non basta l’uguaglianza, serve l’equità. BLM chiede che sia riconosciuta la responsabilità degli agenti che operano illecitamente, semplificando il processo di identificazione e perseguimento. Il movimento pretende, inoltre, che i razzisti non entrino nelle forze dell’ordine, che le pratiche di arresto siano meno violente e che venga rivisto il codice penale che oggi colpisce in primis gli afroamericani.
BLM è una composizione musiva, di gruppi, di classi sociali, di generazioni, di religioni, di etnie e di modelli diversi di conflitto. C’è chi sposa la disobbedienza civile e la non violenza, e chi no. C’è chi protesta per giorni marciando, organizzando meeting e interfacciandosi con le istituzioni, e c’è chi attacca frontalmente i simboli del privilegio bianco. Chi con la forza, chi con il dialogo, insieme stanno tentando di allontanare il ginocchio che li schiaccia a terra. È uno scontro di razza. È uno scontro di classe. Nonostante le differenze, il movimento si sta muovendo organicamente, come raramente avvenne per le proteste degli anni Sessanta. Su un fatto però sono tutti d’accordo: la lotta all’uso e al possesso indiscriminato delle armi. Se hai un’arma è statisticamente provato che prima o poi la userai. Negli Stati Uniti ci sono 101 armi da fuoco ogni 100 persone. 101. Nel 2017 dei 30428 colpi sparati, solo 1022 sono partiti a scopo difensivo. Sparare è la norma e le vittime sono per lo più gli afroamericani e le minoranze.
Sono proprio le minoranze a pagare maggiormente la crisi iniziata nel 2008, crisi che già vivevano da tempo.
Sono loro a soffrire di più il disastro pandemico, poiché molti di loro non riescono ad accedere al sistema sanitario, non possono permettersi di non lavorare e vivono in aree urbanizzate, in case piccole e affollate. La polarizzazione politica americana è lo specchio della netta divisione sociale di condizioni e possibilità.
Il vero problema alla base di questo scontro etnico-sociale è l’impoverimento, culturale ed economico, che soffia e sparge il pulviscolo del razzismo ovunque. C’è la povertà di mezzi e c’è la povertà culturale, che riducono tutto allo scontro etnico-razziale, nella paura della perdita della supremazia bianca. L’american dream è in declino, la mobilità sociale sta finendo. Negli anni Quaranta toccava il 90% degli americani, oggi meno del 50%, di cui l’80% costituito dai più ricchi. La quota del reddito prodotto annualmente che arriva nelle tasche dei lavoratori passerà dall’80% degli anni Settanta, a meno del 50% nel 2021. Anche tra i poveri esistono delle differenze, il tasso di povertà è dell’8% per i bianchi e del 21% per gli afroamericani.
Infine la questione dei simboli. Molto criticata è stata la decapitazione di statue e simulacri della storia Usa da parte di alcuni manifestanti di BLM. Ma di quale storia si tratta? La maggior parte delle statue del Generale Lee è stata eretta negli anni Venti, quando il Ku Klux Klan aveva il doppio degli affiliati dei sindacati dei lavoratori. La guerra di secessione era terminata da 65 anni. Quello che il movimento sta cercando di fare, per lo più in modo non violento, è battersi per la rimozione dei simboli di una fase antistorica e antiumana, tappa indispensabile per l’obiettivo di lungo termine che si pone BLM. La lotta per l’abbattimento valoriale dei simulacri della confederazione sudista è in atto da decenni. Si tratta di un processo culturale complesso che punta a scalfire il sedimento di una parte della cultura statunitense che esiste ancora, che lo si accetti o no.
Black Lives Matter. Qualcuno lo ha gridato. Molti continueranno a pretenderlo.
Articolo a cura di Costanza Spera.
Grafiche di Alessandro Bogini.
BLACK LIVES MATTERS
PRIMA USCITA
parte i
QUALCUNO HA GRIDATO
#BlackLivesMatter.
È questo l’hashtag che inizia a comparire sui social nell’estate del 2013. È stato appena assolto George Zimmerman, responsabile, nel 2012, dell’assassinio di Trayvon Martin. Il grido partito dai social arriva in piazza nel 2014, dopo gli omicidi di Michael Brown ed Eric Garner. I casi all’attenzione delle piazze iniziano a essere tanti, troppi, e il movimento comincia a strutturarsi. Passano intanto le elezioni del 2016, il suprematismo bianco esce dal dark web e arriva nelle piazze come non succedeva dai tempi del segregazionismo. Il clima cambia, si fa pesante, la polizia perpetua nell’uso della violenza e il mondo inizia ad accorgersi che il razzismo sistemico esiste ancora. Eccome se esiste.
A volte serve una miccia, un evento che fa scattare qualcosa che fino a poco prima era sopito, in attesa di esplodere. E quando il fuoco parte non si ferma. È proprio il fuoco l’elemento esemplificativo di Black Lives Matter. Il fuoco della rabbia è il fuoco che arde sulla centrale di polizia di Minneapolis: “Minnesota burns”. L’ex cestista NBA Kareem Abdul-Jabbar ha efficacemente descritto gli Usa come pervasi dal “pulviscolo del razzismo”.
Il 25 maggio 2020 George Floyd muore sotto il ginocchio di Derek Chauvin, davanti allo sguardo incredulo della folla. Il ginocchio preme sul collo di George, che non respira. Non respira più. La sua vita finisce così, sdraiato vicino ad una volante, con un video in diretta mondiale. Insieme lo abbiamo visto esalare l’ultimo respiro. La sua vita non era più sua, era la miccia che ha fatto divampare l’incendio. La morte è una questione privata, ma nell’era della spettacolarizzazione mediatica anche questo è un lusso che gli afroamericani non possono ancora permettersi. Inizia con questo video uno dei più grandi movimenti della storia degli Stati Uniti.
BLM porta avanti due rivendicazioni: disinvestire sulla polizia e investire, veramente, sulla comunità nera. Non basta l’uguaglianza, serve l’equità. BLM chiede che sia riconosciuta la responsabilità degli agenti che operano illecitamente, semplificando il processo di identificazione e perseguimento. Il movimento pretende, inoltre, che i razzisti non entrino nelle forze dell’ordine, che le pratiche di arresto siano meno violente e che venga rivisto il codice penale che oggi colpisce in primis gli afroamericani.
BLM è una composizione musiva, di gruppi, di classi sociali, di generazioni, di religioni, di etnie e di modelli diversi di conflitto. C’è chi sposa la disobbedienza civile e la non violenza, e chi no. C’è chi protesta per giorni marciando, organizzando meeting e interfacciandosi con le istituzioni, e c’è chi attacca frontalmente i simboli del privilegio bianco. Chi con la forza, chi con il dialogo, insieme stanno tentando di allontanare il ginocchio che li schiaccia a terra. È uno scontro di razza. È uno scontro di classe. Nonostante le differenze, il movimento si sta muovendo organicamente, come raramente avvenne per le proteste degli anni Sessanta. Su un fatto però sono tutti d’accordo: la lotta all’uso e al possesso indiscriminato delle armi. Se hai un’arma è statisticamente provato che prima o poi la userai. Negli Stati Uniti ci sono 101 armi da fuoco ogni 100 persone. 101. Nel 2017 dei 30428 colpi sparati, solo 1022 sono partiti a scopo difensivo. Sparare è la norma e le vittime sono per lo più gli afroamericani e le minoranze.
Sono proprio le minoranze a pagare maggiormente la crisi iniziata nel 2008, crisi che già vivevano da tempo.
Sono loro a soffrire di più il disastro pandemico, poiché molti di loro non riescono ad accedere al sistema sanitario, non possono permettersi di non lavorare e vivono in aree urbanizzate, in case piccole e affollate. La polarizzazione politica americana è lo specchio della netta divisione sociale di condizioni e possibilità.
Il vero problema alla base di questo scontro etnico-sociale è l’impoverimento, culturale ed economico, che soffia e sparge il pulviscolo del razzismo ovunque. C’è la povertà di mezzi e c’è la povertà culturale, che riducono tutto allo scontro etnico-razziale, nella paura della perdita della supremazia bianca. L’american dream è in declino, la mobilità sociale sta finendo. Negli anni Quaranta toccava il 90% degli americani, oggi meno del 50%, di cui l’80% costituito dai più ricchi. La quota del reddito prodotto annualmente che arriva nelle tasche dei lavoratori passerà dall’80% degli anni Settanta, a meno del 50% nel 2021. Anche tra i poveri esistono delle differenze, il tasso di povertà è dell’8% per i bianchi e del 21% per gli afroamericani.
Infine la questione dei simboli. Molto criticata è stata la decapitazione di statue e simulacri della storia Usa da parte di alcuni manifestanti di BLM. Ma di quale storia si tratta? La maggior parte delle statue del Generale Lee è stata eretta negli anni Venti, quando il Ku Klux Klan aveva il doppio degli affiliati dei sindacati dei lavoratori. La guerra di secessione era terminata da 65 anni. Quello che il movimento sta cercando di fare, per lo più in modo non violento, è battersi per la rimozione dei simboli di una fase antistorica e antiumana, tappa indispensabile per l’obiettivo di lungo termine che si pone BLM. La lotta per l’abbattimento valoriale dei simulacri della confederazione sudista è in atto da decenni. Si tratta di un processo culturale complesso che punta a scalfire il sedimento di una parte della cultura statunitense che esiste ancora, che lo si accetti o no.
Black Lives Matter. Qualcuno lo ha gridato. Molti continueranno a pretenderlo.
Articolo a cura di Costanza Spera.
Grafiche di Alessandro Bogini.

