DIVANO SUI GENERIS
BIOPIC

QUARTA USCITA

PART IV

BIOPIC

L’attrazione per le vite illustri è un fatto datato. Nella storia della letteratura, sin dalla classicità, si è sentita l’esigenza di celebrare uomini dal valore straordinario. In anni più recenti, lo scrittore Giuseppe Pontiggia ribalta questo modello, raccontando persone comuni nella raccolta “Vite di Uomini non Illustri”. Si potrebbe pensare che in fondo l’intento sia stato lo stesso: prendere delle esistenze e portarle ad esempio. Il risultato è, per qualche ragione, un avvicinamento confortante per chi legge.
Nel cinema vale la stessa attrazione, mossa dalla volontà di osservare da vicino i propri miti ed eroi, alla ricerca di una loro più intima umanità. Il biographical picture, in breve biopic [bàioupik], è una ricostruzione romanzata basata sulla biografia di una persona realmente esistita, che ripercorre una buona parte o un momento di particolare valore e intensità della sua vita. Il genere è connaturato all’industria cinematografica fin dagli albori, ma recita spesso una piccola parte all’interno di narrazioni più forti, come il genere drammatico e storico, da cui solo tempo dopo verrà riconosciuto indipendente.
I primi film biografici risalgono all’epoca del cinema muto e godono di grande popolarità tra gli anni ’30 e ’60. Il ventennio successivo, caratterizzato dall’avvento del postmodernismo, porta però importanti cambiamenti socioculturali, che si riflettono in un mutamento del cinema hollywoodiano e in un conseguente declino del genere biografico. In questi anni il fascino della tecnologia conquista le produzioni, favorendo lo sviluppo di alcuni generi – come la fantascienza, l’horror e i film di animazione – e oscurandone altri. Inoltre, in risposta alla minaccia della televisione, vengono adottate formule d’impatto sicuro: i blockbuster movie, veri e propri fenomeni culturali, e i sequel, in grado di sfruttare al massimo la popolarità di un prodotto.
In reazione al suo momento di crisi, dagli anni ’90 il biopic comincia a reinventarsi. Sono anni in cui anche le esigenze del pubblico si trasformano.

L’età postmoderna aveva portato alla frammentazione del concetto di verità, causa di grande smarrimento culturale [curiosità: uno dei più grandi scrittori postmoderni è stato interpretato da Jason Segel, il Marshall Eriksen di “How I Met Your Mother”, in un biopic del 2015. Vi ricordate di chi si tratta e qual è il nome del film?]. Ecco, quindi, che gli spettatori sentono l’esigenza di ritrovare simboli in cui credere, punti di riferimento a cui affidarsi. Pensando a film di quest’epoca, ricordiamo “Malcom X”, “Schindler’s List”, “Braveheart” e successivamente “A Beautiful Mind”, “Alì”, “Cinderella Man”.
Spesso il genere evolve insieme ai bisogni comuni, a cui si propone come risposta concreta. Molti film biografici usano la storia di un individuo per raffigurare uno spaccato sociale o, con taglio più introspettivo, per raccontare le complesse dinamiche interiori dell’uomo (esempi, in ordine sparso, sono “The Terminal”, “The Butler”, “Selma”, “Invictus”, “American Sniper”, “The Imitation Game”, “The Danish Girl”, “Volevo Nascondermi”, “Gauguin”, “Honey Boy”).

Alcune biografie narrano l’ascesa di un personaggio in cerca di riscatto: schema tipico, per esempio, dei film sul pugilato (che costituiscono quasi un genere a sé), ma anche di storie come “8Mile”, in cui la lotta per l’affermazione di Eminem è analoga a quella di un giovane pugile, o “La Ricerca della Felicità”. Non ultimo, il biopic può diventare un mezzo per osservare la storia a tuttotondo, conoscerla, ricordarla, denunciarla, mostrare il suo impatto sulla vita della gente. Lo spettatore è messo in condizione di comprendere e far proprie le emozioni, le vicende e le problematiche affrontate. Perché di fatto il film biografico è assimilabile a un dramma storico, influenzato però dallo sguardo del regista. È questo che, prima di tutto, lo differenzia dalla scelta del documentario, i cui intenti rimangono differenti.
La veridicità può passare in secondo piano, a favore di una rappresentazione più profonda dei personaggi; il pubblico è disposto a perdonare le imprecisioni storiche, interessato piuttosto alla coerenza narrativa. Ruolo fondamentale è giocato dalla preparazione del protagonista, chiamato a un grande sforzo interpretativo, e dalla sua resa estetica (vediamo Rami Malek in “Bohemian Rhapsody” e Christian Bale in “Vice”).

Ciò non toglie che permane la volontà di rendere il film credibile e mimetico, obiettivo che può essere raggiunto grazie all’uso di alcuni espedienti. Per dare linearità viene spesso seguita una limpida tripartizione della trama, che evidenzia in modo nitido la crescita del personaggio: in “Steve Jobs”, ad esempio, la struttura in tre atti è resa palese dalla divisione del film in tre lunghe scene (che durano circa quaranta minuti l’una). Inoltre, nei casi in cui il biopic si sofferma su un evento circoscritto, per ricreare al meglio il contesto, i registi si affidano a ricorrenti accorgimenti tecnici. È il caso di voci fuori campo o testi introduttivi, immagini o video di repertorio; ma anche dell’uso del flashback, che spiega al pubblico come e perché il personaggio è arrivato sin lì (narrativamente ed emotivamente), della dissolvenza o di altri escamotage per indicare lo spostamento su un diverso piano temporale (come il passaggio dal B/N al colore in “Persepolis”). I modi sono svariati e la libertà espositiva comunque garantita.
Alla fine, non importa di chi sia la storia in cui ci immergiamo o come lo facciamo, c’è un sentimento comune che è possibile ritrovare sempre. Ed è questo che ci attrae delle vite degli altri.
[Risposta: si tratta di David Foster Wallace e il film è “The End of the Tour”, che ripercorre l’incontro tra lo scrittore e il giornalista David Lipsky (nel film, Jesse Eisenberg)]
Film consigliati:
Beautiful boy (Amazon Prime Video)
Blakkklansman (Amazon Prime Video)
First Man (Amazon Prime Video)
Rebel in the Rye (Amazon Prime Video)
Borg McEnroe (MioCinema)
Don’t Worry (MioCinema)
Milk (MioCinema)
Persepolis (Mubi)
Il Discorso del Re (Netflix)
Prova a Prendermi (Netflix)
Sulla mia Pelle (Netflix)
Il Giovane Favoloso (RaiPlay)
Truman Capote – A Sangue Freddo (Sky)

Articolo a cura di Claudia Sasso.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.

DIVANO SUI GENERIS
BIOPIC

QUARTA USCITA

PART IV

BIOPIC

L’attrazione per le vite illustri è un fatto datato. Nella storia della letteratura, sin dalla classicità, si è sentita l’esigenza di celebrare uomini dal valore straordinario. In anni più recenti, lo scrittore Giuseppe Pontiggia ribalta questo modello, raccontando persone comuni nella raccolta “Vite di Uomini non Illustri”. Si potrebbe pensare che in fondo l’intento sia stato lo stesso: prendere delle esistenze e portarle ad esempio. Il risultato è, per qualche ragione, un avvicinamento confortante per chi legge.
Nel cinema vale la stessa attrazione, mossa dalla volontà di osservare da vicino i propri miti ed eroi, alla ricerca di una loro più intima umanità. Il biographical picture, in breve biopic [bàioupik], è una ricostruzione romanzata basata sulla biografia di una persona realmente esistita, che ripercorre una buona parte o un momento di particolare valore e intensità della sua vita. Il genere è connaturato all’industria cinematografica fin dagli albori, ma recita spesso una piccola parte all’interno di narrazioni più forti, come il genere drammatico e storico, da cui solo tempo dopo verrà riconosciuto indipendente.
I primi film biografici risalgono all’epoca del cinema muto e godono di grande popolarità tra gli anni ’30 e ’60. Il ventennio successivo, caratterizzato dall’avvento del postmodernismo, porta però importanti cambiamenti socioculturali, che si riflettono in un mutamento del cinema hollywoodiano e in un conseguente declino del genere biografico. In questi anni il fascino della tecnologia conquista le produzioni, favorendo lo sviluppo di alcuni generi – come la fantascienza, l’horror e i film di animazione – e oscurandone altri. Inoltre, in risposta alla minaccia della televisione, vengono adottate formule d’impatto sicuro: i blockbuster movie, veri e propri fenomeni culturali, e i sequel, in grado di sfruttare al massimo la popolarità di un prodotto.
In reazione al suo momento di crisi, dagli anni ’90 il biopic comincia a reinventarsi. Sono anni in cui anche le esigenze del pubblico si trasformano.

L’età postmoderna aveva portato alla frammentazione del concetto di verità, causa di grande smarrimento culturale [curiosità: uno dei più grandi scrittori postmoderni è stato interpretato da Jason Segel, il Marshall Eriksen di “How I Met Your Mother”, in un biopic del 2015. Vi ricordate di chi si tratta e qual è il nome del film?]. Ecco, quindi, che gli spettatori sentono l’esigenza di ritrovare simboli in cui credere, punti di riferimento a cui affidarsi. Pensando a film di quest’epoca, ricordiamo “Malcom X”, “Schindler’s List”, “Braveheart” e successivamente “A Beautiful Mind”, “Alì”, “Cinderella Man”.
Spesso il genere evolve insieme ai bisogni comuni, a cui si propone come risposta concreta. Molti film biografici usano la storia di un individuo per raffigurare uno spaccato sociale o, con taglio più introspettivo, per raccontare le complesse dinamiche interiori dell’uomo (esempi, in ordine sparso, sono “The Terminal”, “The Butler”, “Selma”, “Invictus”, “American Sniper”, “The Imitation Game”, “The Danish Girl”, “Volevo Nascondermi”, “Gauguin”, “Honey Boy”).

Alcune biografie narrano l’ascesa di un personaggio in cerca di riscatto: schema tipico, per esempio, dei film sul pugilato (che costituiscono quasi un genere a sé), ma anche di storie come “8Mile”, in cui la lotta per l’affermazione di Eminem è analoga a quella di un giovane pugile, o “La Ricerca della Felicità”. Non ultimo, il biopic può diventare un mezzo per osservare la storia a tuttotondo, conoscerla, ricordarla, denunciarla, mostrare il suo impatto sulla vita della gente. Lo spettatore è messo in condizione di comprendere e far proprie le emozioni, le vicende e le problematiche affrontate. Perché di fatto il film biografico è assimilabile a un dramma storico, influenzato però dallo sguardo del regista. È questo che, prima di tutto, lo differenzia dalla scelta del documentario, i cui intenti rimangono differenti.
La veridicità può passare in secondo piano, a favore di una rappresentazione più profonda dei personaggi; il pubblico è disposto a perdonare le imprecisioni storiche, interessato piuttosto alla coerenza narrativa. Ruolo fondamentale è giocato dalla preparazione del protagonista, chiamato a un grande sforzo interpretativo, e dalla sua resa estetica (vediamo Rami Malek in “Bohemian Rhapsody” e Christian Bale in “Vice”).

Ciò non toglie che permane la volontà di rendere il film credibile e mimetico, obiettivo che può essere raggiunto grazie all’uso di alcuni espedienti. Per dare linearità viene spesso seguita una limpida tripartizione della trama, che evidenzia in modo nitido la crescita del personaggio: in “Steve Jobs”, ad esempio, la struttura in tre atti è resa palese dalla divisione del film in tre lunghe scene (che durano circa quaranta minuti l’una). Inoltre, nei casi in cui il biopic si sofferma su un evento circoscritto, per ricreare al meglio il contesto, i registi si affidano a ricorrenti accorgimenti tecnici. È il caso di voci fuori campo o testi introduttivi, immagini o video di repertorio; ma anche dell’uso del flashback, che spiega al pubblico come e perché il personaggio è arrivato sin lì (narrativamente ed emotivamente), della dissolvenza o di altri escamotage per indicare lo spostamento su un diverso piano temporale (come il passaggio dal B/N al colore in “Persepolis”). I modi sono svariati e la libertà espositiva comunque garantita.
Alla fine, non importa di chi sia la storia in cui ci immergiamo o come lo facciamo, c’è un sentimento comune che è possibile ritrovare sempre. Ed è questo che ci attrae delle vite degli altri.
[Risposta: si tratta di David Foster Wallace e il film è “The End of the Tour”, che ripercorre l’incontro tra lo scrittore e il giornalista David Lipsky (nel film, Jesse Eisenberg)]
Film consigliati:
Beautiful boy (Amazon Prime Video)
Blakkklansman (Amazon Prime Video)
First Man (Amazon Prime Video)
Rebel in the Rye (Amazon Prime Video)
Borg McEnroe (MioCinema)
Don’t Worry (MioCinema)
Milk (MioCinema)
Persepolis (Mubi)
Il Discorso del Re (Netflix)
Prova a Prendermi (Netflix)
Sulla mia Pelle (Netflix)
Il Giovane Favoloso (RaiPlay)
Truman Capote – A Sangue Freddo (Sky)

Articolo a cura di Claudia Sasso.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.