DIVANO SUI GENERIS
DOCUMENTARIO

QUINTA USCITA

PARTE V

DOCUMENTARIO

Quanti di noi oggi usano un cellulare per catturare momenti e cose che vogliono ricordarsi?
Come mai sentiamo questa necessità di documentare, possedere e infine immagazzinare quante più realtà che viviamo in dei file che custodiremo gelosamente nel nostro smartphone?
Micheal Apted afferma che si girano documentari perché si sente che creare ha senso.
È forse questo che cerchiamo? Il senso? Quando prepariamo un video per Instagram o una storia per Facebook ricerchiamo una forma di verità? Direttamente ovviamente no, ma quanto può quello che ci ha cresciuto e educato indurci a una continua ricerca di documenti da immagazzinare?
Fin dalla nostra formazione siamo stati abituati a vedere documentari scolastici, televisivi e film di questo genere.
Il documentario è un genere cinematografico ben preciso, condito da pochi elementi necessari: l’essere non fiction, cioè non direttamente manipolato e sceneggiato dal regista stesso, ma soprattutto lo stretto rapporto tra telecamera e ambiente circostante.
Bolesław Matuszewski fu il primo a definire il concetto di documentario in due saggi a fine ‘900, sentendo la necessità di creare un archivio video dove tenere sicuri i materiali audiovisivi prodotti dal genere umano. Ma la vera nascita del termine viene spesso attribuita a John Grierson che nel 1926 pubblicò un articolo sul New York Sun scrivendo una recensione per il film “Moana”.

Egli intravide fin da subito le potenzialità di questa nuova modalità di raccontare quello che ci circondava, per osservare la vita attraverso un’espressione originale della Settima Arte: la vita doveva sorprendere la telecamera, con attori e spazi reali.
Ovviamente la telecamera avrà una persona che la userà in maniera soggettiva, che la muoverà, che deciderà quale finestra farci scorgere, un filtro del mondo.
Intendere il documentario come una semplice rappresentazione della realtà è un appiattimento che non appartiene a questo genere. Il documentario è fin troppo legato allo sguardo e alla volontà di chi lo produce, è un’interpretazione della realtà.
Come le cose vengono inquadrate, chi scegliamo di far comparire nelle immagini, chi intervistiamo, come montiamo il filmato e che sonoro ci mettiamo sono solo piccole parti di un progetto. Esistono molte altre sfaccettature che aumentano il gap tra quello che ci è stato proposto e quello che era realmente così.
Non a caso il documentario è stato per tanti anni anche uno strumento relegato alla comunicazione nei mass media e nella propaganda sistematica di informazione e manipolazione della realtà.

Esistono diversi modi di approccio che il documentario può avere con l’ambiente che andrà ad esaminare: il cosiddetto “Fly on the wall”, dove la telecamera cerca più possibile di non interagire con l’ambiente circostante avvicinandosi molto al “Cinéma Véritè”, oppure il “Documentary Mode”, uno schema concettuale sviluppato da Bill Nichols in cui esistono diversi modi di approcciarsi alla società che si intende riprendere.
Nel corso della sua storia, il documentario è andato a dividersi in varie sottocategorie aumentando di molto la produzione di questo genere. I motivi principali sono il basso costo che solitamente hanno questi film, che quindi li rende più appetibili per le case di produzione, ma soprattutto la grande risposta del pubblico specialmente nel corso degli anni ’90 e all’inizio del nuovo secolo.
La presenza dello sviluppo di documentari educativi e divulgativi nei canali televisivi ha lentamente sviluppato un nuovo ramo del genere documentaristico, creando i cosiddetti docu-film, forse la declinazione più interessante di questo genere.
Il docu-film esalta il lato drammaturgico della vita, sottolineando anche il lato artistico dell’autore che lo ha realizzato. Non a caso, tutti i registi che hanno prodotto queste opere sono tutt’oggi i massimi esperti di documentari: Wim Wenders, Werner Herzog, Michael Moore e Gianfranco Rosi.
Avendo ripercorso lo sviluppo di questo genere, a grosse linee ovviamente, è importante ritornare al discorso fatto all’inizio di questo articolo.
Perché registriamo o proviamo a registrare tutto quello che ci succede intorno?
La realizzazione di filmati e testimonianze visive di quello che viviamo ci garantisce un’appartenenza a un preciso momento storico, ci permette di creare, ci stimola e garantisce una memoria storica, una nostra testimonianza.

L’introduzione dei social network e di un continuo miglioramento dei mezzi tecnologici ha permesso a molte persone di promuovere il proprio punto di vista della società, andando anche a cambiare il modo con cui professioni come il giornalismo si stanno evolvendo e cambiando seguendo le nuove tendenze.
Attraverso le nostre testimonianze e i video che documentano la nostra realtà, ovviamente soggettiva, cerchiamo di combattere un appiattimento generale dei contenuti, tendendo a dare sempre una forma nuova e un tocco di curiosità a quello che produciamo.
Ognuno avrà la possibilità di raccontare, stupire, intristire il prossimo, o anche solo testimoniare un evento in un determinato momento.
Il vero punto di forza del documentario risiede nella potenza artistica esplorativa: non ci sono regole ben definite, non esistono canoni precisi ed è un continuo processo creativo che tende a svilupparsi e trovare una forma più concreta nel mentre viene realizzato.
Herzog afferma: “Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita”.
Forse siamo tutti come lui, abbiamo solo voglia di dare il nostro punto di vista e uscire fuori dagli schemi, nel momento in cui riprendiamo, anche se inconsapevolmente, ma sempre con la voglia di stupire ed emozionare il prossimo.
FILM CONSIGLIATI
The Social Dilemma (Netflix)
The Edge of Democracy (Netflix)
Crip Camp (Netflix)
Into the Inferno (Netflix)
13th (Netflix)
Cowspiracy (Netflix)
Ghosts of Sugar Land (Netflix)
Amy (Amazon Prime Video)
Exit Through the Gift Shop (Amazon Prime Video)
La Trattativa Stato Mafia (Amazon Prime Video)

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.

DIVANO SUI GENERIS
DOCUMENTARIO

QUINTA USCITA

PARTE V

DOCUMENTARIO

Quanti di noi oggi usano un cellulare per catturare momenti e cose che vogliono ricordarsi?
Come mai sentiamo questa necessità di documentare, possedere e infine immagazzinare quante più realtà che viviamo in dei file che custodiremo gelosamente nel nostro smartphone?
Micheal Apted afferma che si girano documentari perché si sente che creare ha senso.
È forse questo che cerchiamo? Il senso? Quando prepariamo un video per Instagram o una storia per Facebook ricerchiamo una forma di verità? Direttamente ovviamente no, ma quanto può quello che ci ha cresciuto e educato indurci a una continua ricerca di documenti da immagazzinare?
Fin dalla nostra formazione siamo stati abituati a vedere documentari scolastici, televisivi e film di questo genere.
Il documentario è un genere cinematografico ben preciso, condito da pochi elementi necessari: l’essere non fiction, cioè non direttamente manipolato e sceneggiato dal regista stesso, ma soprattutto lo stretto rapporto tra telecamera e ambiente circostante.
Bolesław Matuszewski fu il primo a definire il concetto di documentario in due saggi a fine ‘900, sentendo la necessità di creare un archivio video dove tenere sicuri i materiali audiovisivi prodotti dal genere umano. Ma la vera nascita del termine viene spesso attribuita a John Grierson che nel 1926 pubblicò un articolo sul New York Sun scrivendo una recensione per il film “Moana”.

Egli intravide fin da subito le potenzialità di questa nuova modalità di raccontare quello che ci circondava, per osservare la vita attraverso un’espressione originale della Settima Arte: la vita doveva sorprendere la telecamera, con attori e spazi reali.
Ovviamente la telecamera avrà una persona che la userà in maniera soggettiva, che la muoverà, che deciderà quale finestra farci scorgere, un filtro del mondo.
Intendere il documentario come una semplice rappresentazione della realtà è un appiattimento che non appartiene a questo genere. Il documentario è fin troppo legato allo sguardo e alla volontà di chi lo produce, è un’interpretazione della realtà.
Come le cose vengono inquadrate, chi scegliamo di far comparire nelle immagini, chi intervistiamo, come montiamo il filmato e che sonoro ci mettiamo sono solo piccole parti di un progetto. Esistono molte altre sfaccettature che aumentano il gap tra quello che ci è stato proposto e quello che era realmente così.
Non a caso il documentario è stato per tanti anni anche uno strumento relegato alla comunicazione nei mass media e nella propaganda sistematica di informazione e manipolazione della realtà.

Esistono diversi modi di approccio che il documentario può avere con l’ambiente che andrà ad esaminare: il cosiddetto “Fly on the wall”, dove la telecamera cerca più possibile di non interagire con l’ambiente circostante avvicinandosi molto al “Cinéma Véritè”, oppure il “Documentary Mode”, uno schema concettuale sviluppato da Bill Nichols in cui esistono diversi modi di approcciarsi alla società che si intende riprendere.
Nel corso della sua storia, il documentario è andato a dividersi in varie sottocategorie aumentando di molto la produzione di questo genere. I motivi principali sono il basso costo che solitamente hanno questi film, che quindi li rende più appetibili per le case di produzione, ma soprattutto la grande risposta del pubblico specialmente nel corso degli anni ’90 e all’inizio del nuovo secolo.
La presenza dello sviluppo di documentari educativi e divulgativi nei canali televisivi ha lentamente sviluppato un nuovo ramo del genere documentaristico, creando i cosiddetti docu-film, forse la declinazione più interessante di questo genere.
Il docu-film esalta il lato drammaturgico della vita, sottolineando anche il lato artistico dell’autore che lo ha realizzato. Non a caso, tutti i registi che hanno prodotto queste opere sono tutt’oggi i massimi esperti di documentari: Wim Wenders, Werner Herzog, Michael Moore e Gianfranco Rosi.
Avendo ripercorso lo sviluppo di questo genere, a grosse linee ovviamente, è importante ritornare al discorso fatto all’inizio di questo articolo.
Perché registriamo o proviamo a registrare tutto quello che ci succede intorno?
La realizzazione di filmati e testimonianze visive di quello che viviamo ci garantisce un’appartenenza a un preciso momento storico, ci permette di creare, ci stimola e garantisce una memoria storica, una nostra testimonianza.

L’introduzione dei social network e di un continuo miglioramento dei mezzi tecnologici ha permesso a molte persone di promuovere il proprio punto di vista della società, andando anche a cambiare il modo con cui professioni come il giornalismo si stanno evolvendo e cambiando seguendo le nuove tendenze.
Attraverso le nostre testimonianze e i video che documentano la nostra realtà, ovviamente soggettiva, cerchiamo di combattere un appiattimento generale dei contenuti, tendendo a dare sempre una forma nuova e un tocco di curiosità a quello che produciamo.
Ognuno avrà la possibilità di raccontare, stupire, intristire il prossimo, o anche solo testimoniare un evento in un determinato momento.
Il vero punto di forza del documentario risiede nella potenza artistica esplorativa: non ci sono regole ben definite, non esistono canoni precisi ed è un continuo processo creativo che tende a svilupparsi e trovare una forma più concreta nel mentre viene realizzato.
Herzog afferma: “Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita”.
Forse siamo tutti come lui, abbiamo solo voglia di dare il nostro punto di vista e uscire fuori dagli schemi, nel momento in cui riprendiamo, anche se inconsapevolmente, ma sempre con la voglia di stupire ed emozionare il prossimo.

FILM CONSIGLIATI
The Social Dilemma (Netflix)
The Edge of Democracy (Netflix)
Crip Camp (Netflix)
Into the Inferno (Netflix)
13th (Netflix)
Cowspiracy (Netflix)
Ghosts of Sugar Land (Netflix)
Amy (Amazon Prime Video)
Exit Through the Gift Shop (Amazon Prime Video)
La Trattativa Stato Mafia (Amazon Prime Video)

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.