DIVANO SUI GENERIS
FANTASCIENZA
SESTA USCITA
PARTE VI
FANTASCIENZA
Se dovessimo riassumere il cinema con una sola immagine, il razzo che acceca la luna di Méliès sarebbe senza dubbio la candidata favorita. Il fatto che l’opera risalga al 1902 ci fa capire come i cineasti abbiano esplorato fin da subito quei territori tipici del continente che chiamiamo fantascienza. Viaggi intergalattici, mondi post-apocalittici, futuri iper-reali: queste sono alcune delle scenografie sfruttate dalla fantascienza, il cui elemento comune è far avverare ciò che è – più o meno – ipotizzabile da un punto di vista tecnico e scientifico. Per intenderci: mentre è difficile pensare – scongiurando importanti mutazioni genetiche – che l’uomo di domani sarà in grado di volare agitando le braccia nell’aria (prospettiva che ricadrebbe nel fantastico), non è troppo ardito ipotizzare che lo facciano le automobili (utopico cliché che forse prima o poi vedremo realizzarsi). O ancora, che le strade delle città si riempiano di robot antropomorfi o vengano distrutte da una catastrofe climatica che ci costringerà a trasferirle su pianeti lontani ma più ospitali. Insomma, la fantascienza intraprende le strade che la scienza non ha percorso; a volte, prevede quelle che percorrerà.
Se indizi sparsi di questa tendenza già si trovano negli esperimenti dei primi registi, a partire dagli anni ’30 la popolarità del genere comincia a crescere di pari passo con quella del suo corrispettivo letterario. In questo periodo escono in sala film che verranno presi ad esempio da tutta la produzione Sci-Fi successiva, come “Metropolis” (1927), “L’Uomo Invisibile” (1933) e “Frankenstein” (1931). Si approda così a quel ventennio riconosciuto dalla critica come l’epoca d’oro della fantascienza, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Le produzioni, forti di strutture narrative sempre più evolute e attente alle problematiche sociali (sono gli anni di Ray Bradbury, Arthur C. Clarke e Isaac Asimov), fioriscono incontrollate negli studios hollywoodiani e la fantascienza viene a definirsi in tutto e per tutto come categoria a sé stante, con caratteristiche ben riconoscibili [curiosità: Clarke è co-autore di uno dei film più importanti della storia del cinema (indizio: viene nominato in questo articolo). Vi ricordate quale?].
Non è un caso che l’exploit del genere si verifichi proprio nell’America del secondo dopoguerra, la cui ricchezza economica si imbatte con la crescente minaccia della guerra fredda. A ben guardare, i temi trattati da questa fantascienza matura sono lo specchio della condizione in cui si trova il popolo americano, che deve vedersela da una parte con un progresso tanto favoloso quanto sconcertante, dall’altra con la nuova paura dell’invasione sovietica. I primi avvistamenti UFO, i test nucleari, lo sviluppo del capitalismo, la gara alla Luna, gli sconvolgimenti politici sono tutti materiali che alimentano una moltitudine di tematiche da affrontare (attorno a cui ruotano altrettanti sottogeneri): gli extraterresti, il viaggio spaziale, le creature mostruose, l’uomo-androide, le future società distopiche.
È con l’uscita di “2001: Odissea nello Spazio” (1968) di Kubrick, però, che la fantascienza sembra lasciarsi definitivamente alle spalle l’etichetta di “genere di serie b”. Gli anni ’60 aprono il genere alla speculazione filosofica, salto che coincide con lo sbarco dei fantafilm in Europa. Godard e Truffaut sperimentano il genere – quest’ultimo con la trasposizione cinematografica di “Fahrenheit 451” (1966) – e anche registi italiani come Bava e Petri non restano indifferenti.
Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, arricchita di dignità autoriale, la fantascienza si afferma come genere di punta. Le nuove atmosfere cyberpunk (corrente che fa i conti con l’avvento del computer, di cui Philip Dick è il massimo esponente), e le possibilità sempre maggiori degli effetti speciali danno vita a una serie lunghissima di pellicole cult: “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (1977), “Guerre Stellari” (1977), “Blade Runner” (1982), “E.T. l’Extraterrestre” (1982), “Videodrome” (1983), “Terminator” (1984), e poi “RoboCop” (1987), “Jurassic Park” (1993), “Gattaca – La Porta dell’Universo” (1997), “L’Uomo Bicentenario” (1999) e “Matrix” (1999), solo per citarne alcuni.
L’influsso della tecnologia in questi film è fondamentale non solo a livello tematico ma anche a livello di resa. I progressi nei campi della computer grafica e della realtà virtuale hanno permesso alla fantascienza di reinventarsi nel corso delle generazioni, regalandoci esperienze visive sempre più straordinarie. È il caso di citare “Avatar” (2009), uno dei primi film ad essere interamente girato in digitale e in 3D, e ad essersi affidato alla tecnologia della motion capture (sdoganata con il Gollum de “Il Signore degli Anelli”). Inoltre, l’avanzamento tecnologico porta, dai primi anni 2000, a frequenti casi di remake che puntano a modernizzare le versioni precedenti, come “Il pianeta delle Scimmie” (2001), “La Guerra dei Mondi” (2005), “Io Sono Leggenda” (2007), “Mad Max: Fury Road” (2015) e il prossimo “Dune” di Villeneuve (2021).
Arriviamo al cinema fantascientifico contemporaneo, che sempre più si vede mescolato ad altri generi e spinge oltre i propri confini. Man mano che la scienza va avanti la divergenza tra fantascientifico e reale sembra assottigliarsi; l’effetto che ne deriva è un misto di meraviglia e inquietudine. È con questo sentimento che attendiamo di scoprire quali futuri abbiamo già visto.
[Risposta: si tratta di “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick. Di pari passo con la stesura della sceneggiatura, Clarke ha scritto anche l’omonimo romanzo.]
Film consigliati:
Arrival (Amazon Prime Video)
Blade Runner 2049 (Amazon Prime Video)
Ex Machina (Amazon Prime Video)
Snowpiercer (Amazon Prime Video)
Melancholia (MioCinema)
2001: Odissea nello Spazio (Mubi)
Tenet (Mubi)
Cloud Atlas (Netflix)
Interstellar (Netflix)
Mr. Nobody (Netflix)
Ad Astra (Sky)
Articolo a cura di Claudia Sasso.
Grafiche di Massimiliano Rrapaj.
DIVANO SUI GENERIS
FANTASCIENZA
SESTA USCITA
PARTE VI
FANTASCIENZA
Se dovessimo riassumere il cinema con una sola immagine, il razzo che acceca la luna di Méliès sarebbe senza dubbio la candidata favorita. Il fatto che l’opera risalga al 1902 ci fa capire come i cineasti abbiano esplorato fin da subito quei territori tipici del continente che chiamiamo fantascienza. Viaggi intergalattici, mondi post-apocalittici, futuri iper-reali: queste sono alcune delle scenografie sfruttate dalla fantascienza, il cui elemento comune è far avverare ciò che è – più o meno – ipotizzabile da un punto di vista tecnico e scientifico. Per intenderci: mentre è difficile pensare – scongiurando importanti mutazioni genetiche – che l’uomo di domani sarà in grado di volare agitando le braccia nell’aria (prospettiva che ricadrebbe nel fantastico), non è troppo ardito ipotizzare che lo facciano le automobili (utopico cliché che forse prima o poi vedremo realizzarsi). O ancora, che le strade delle città si riempiano di robot antropomorfi o vengano distrutte da una catastrofe climatica che ci costringerà a trasferirle su pianeti lontani ma più ospitali. Insomma, la fantascienza intraprende le strade che la scienza non ha percorso; a volte, prevede quelle che percorrerà.
Se indizi sparsi di questa tendenza già si trovano negli esperimenti dei primi registi, a partire dagli anni ’30 la popolarità del genere comincia a crescere di pari passo con quella del suo corrispettivo letterario. In questo periodo escono in sala film che verranno presi ad esempio da tutta la produzione Sci-Fi successiva, come “Metropolis” (1927), “L’Uomo Invisibile” (1933) e “Frankenstein” (1931). Si approda così a quel ventennio riconosciuto dalla critica come l’epoca d’oro della fantascienza, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Le produzioni, forti di strutture narrative sempre più evolute e attente alle problematiche sociali (sono gli anni di Ray Bradbury, Arthur C. Clarke e Isaac Asimov), fioriscono incontrollate negli studios hollywoodiani e la fantascienza viene a definirsi in tutto e per tutto come categoria a sé stante, con caratteristiche ben riconoscibili [curiosità: Clarke è co-autore di uno dei film più importanti della storia del cinema (indizio: viene nominato in questo articolo). Vi ricordate quale?].
Non è un caso che l’exploit del genere si verifichi proprio nell’America del secondo dopoguerra, la cui ricchezza economica si imbatte con la crescente minaccia della guerra fredda. A ben guardare, i temi trattati da questa fantascienza matura sono lo specchio della condizione in cui si trova il popolo americano, che deve vedersela da una parte con un progresso tanto favoloso quanto sconcertante, dall’altra con la nuova paura dell’invasione sovietica. I primi avvistamenti UFO, i test nucleari, lo sviluppo del capitalismo, la gara alla Luna, gli sconvolgimenti politici sono tutti materiali che alimentano una moltitudine di tematiche da affrontare (attorno a cui ruotano altrettanti sottogeneri): gli extraterresti, il viaggio spaziale, le creature mostruose, l’uomo-androide, le future società distopiche.
È con l’uscita di “2001: Odissea nello Spazio” (1968) di Kubrick, però, che la fantascienza sembra lasciarsi definitivamente alle spalle l’etichetta di “genere di serie b”. Gli anni ’60 aprono il genere alla speculazione filosofica, salto che coincide con lo sbarco dei fantafilm in Europa. Godard e Truffaut sperimentano il genere – quest’ultimo con la trasposizione cinematografica di “Fahrenheit 451” (1966) – e anche registi italiani come Bava e Petri non restano indifferenti.
Tornando dall’altra parte dell’Atlantico, arricchita di dignità autoriale, la fantascienza si afferma come genere di punta. Le nuove atmosfere cyberpunk (corrente che fa i conti con l’avvento del computer, di cui Philip Dick è il massimo esponente), e le possibilità sempre maggiori degli effetti speciali danno vita a una serie lunghissima di pellicole cult: “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (1977), “Guerre Stellari” (1977), “Blade Runner” (1982), “E.T. l’Extraterrestre” (1982), “Videodrome” (1983), “Terminator” (1984), e poi “RoboCop” (1987), “Jurassic Park” (1993), “Gattaca – La Porta dell’Universo” (1997), “L’Uomo Bicentenario” (1999) e “Matrix” (1999), solo per citarne alcuni.
L’influsso della tecnologia in questi film è fondamentale non solo a livello tematico ma anche a livello di resa. I progressi nei campi della computer grafica e della realtà virtuale hanno permesso alla fantascienza di reinventarsi nel corso delle generazioni, regalandoci esperienze visive sempre più straordinarie. È il caso di citare “Avatar” (2009), uno dei primi film ad essere interamente girato in digitale e in 3D, e ad essersi affidato alla tecnologia della motion capture (sdoganata con il Gollum de “Il Signore degli Anelli”). Inoltre, l’avanzamento tecnologico porta, dai primi anni 2000, a frequenti casi di remake che puntano a modernizzare le versioni precedenti, come “Il pianeta delle Scimmie” (2001), “La Guerra dei Mondi” (2005), “Io Sono Leggenda” (2007), “Mad Max: Fury Road” (2015) e il prossimo “Dune” di Villeneuve (2021).
Arriviamo al cinema fantascientifico contemporaneo, che sempre più si vede mescolato ad altri generi e spinge oltre i propri confini. Man mano che la scienza va avanti la divergenza tra fantascientifico e reale sembra assottigliarsi; l’effetto che ne deriva è un misto di meraviglia e inquietudine. È con questo sentimento che attendiamo di scoprire quali futuri abbiamo già visto.
[Risposta: si tratta di “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick. Di pari passo con la stesura della sceneggiatura, Clarke ha scritto anche l’omonimo romanzo.]
Film consigliati:
Arrival (Amazon Prime Video)
Blade Runner 2049 (Amazon Prime Video)
Ex Machina (Amazon Prime Video)
Snowpiercer (Amazon Prime Video)
Melancholia (MioCinema)
2001: Odissea nello Spazio (Mubi)
Tenet (Mubi)
Cloud Atlas (Netflix)
Interstellar (Netflix)
Mr. Nobody (Netflix)
Ad Astra (Sky)
Articolo a cura di Claudia Sasso.
Grafiche di Massimiliano Rrapaj.

