SULLA POESIA DI IOSIF BRODSKIJ

I POETI RITORNANO – SECONDA USCITA

PARTE II

Il solco che lascia dietro di sé

Il tema della persistenza, l’idea di lasciare tracce, la speranza di lasciare tracce. È il tempo inteso come memoria che spinge, più d’ogni altra ragione, Brodskij alla scrittura. È un desiderio di permanenza il suo e non dovrebbe stupire data la condizione del poeta, costretto all’esilio, lontano da tutto quanto gli era familiare. Inoltre la memoria, se può garantire qualcosa, non è tanto la permanenza o l’eternità, quanto piuttosto l’unitarietà, la capacità di tenere insieme le cose, di far sì che non ci si disperda, anche come individui. Costantemente nelle poesie di Brodskij appaiono e scompaiano immagini di passaggi, orme più che piedi, ombre più che corpi. Tutto è contraddistinto dall’evanescenza e dal vuoto. Quanto può rimanere non è il soggetto, ma il suo versum, il solco che lascia dietro di sé.

Così alitando sul vetro, si tracciano
le iniziali di coloro alla cui assenza
non ci si può rassegnare.

È come se per Brodskij l’indizio, la traccia fossero attestazioni di presenza, le uniche certezze possibili circa ciò che esiste e ciò che è esistito.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.

Ricorrono immagini di ombre, orme e tracce, tutto ciò che, di riflesso, ammette o conferma che qualcosa è stato. Una pausa dal vano e dal vuoto che, però, si colma con l’indiretto. Non siamo noi che restiamo, ma la nostra scia. Questa consapevolezza, questo pensiero sull’effimero rende Brodskij capace di lasciarsi attraversare e attraversare il corso del tempo. Addirittura il paradiso, così come viene immaginato dal poeta, è semplicemente un luogo dove:

Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Ed è Brodskij stesso che sottolinea l’importanza del concetto di tempo nella sua poetica:
Ad ogni modo, in poche parole, il mio interesse principale è la natura del tempo. Ecco quello che mi interessa di più. Quello che il tempo può fare ad un uomo.

Non è un caso che la poesia di Brodskij veda come protagonisti spesso e volentieri gli oggetti. C’è onestà negli oggetti, c’è persino empatia. Tanto che appare chiaro da alcune liriche brodskijane che proprio gli oggetti si possono fare tramiti e specchi della condizione umana, che è condizione di solitudine. Dagli oggetti si evince anche un’altra lezione sulla natura dell’uomo, la cosa infatti ricorda all’essere umano il concetto, indimenticato in Brodskij, della finitezza.

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine.

Nei componimenti di Brodskij non c’è quasi mai spazio per l’umano. Lo spazio non è il regno dell’uomo, ma il regno del vuoto, delle cose, del silenzio. È quasi impossibile trovare nel poeta russo la folla, ovunque si posi il suo occhio non c’è nessuno. Anche nel momento in cui Brodskij incontra nel suo osservare l’uomo, questo sempre si tramuta in altro.

Nei piccoli paesi la gente non dalla faccia viene
riconosciuta, ma, nelle lunghe file, dalla schiena;
di sabato si mettono all’indiana
uno dietro l’altro, come nel deserto una carovana.

Questo genere di visione, che spesso si ripete in Brodskij, dà forma ad un sentimento costantemente presente nel poeta, la percezione della propria solitudine, in quanto esule certo, ma anche in quanto essere umano. Emerge nella sua poetica l’idea che l’oggetto sia più forte. I nomi, le persone ed i luoghi sono fragili, vengono oscurati dalla “nebbiolina che entra nella stanza” della memoria. Le cose sono più forti, tanto che:

In loro non c’è bene, né male
di fuori. Se penetri dentro: niente di niente.

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.

SULLA POESIA DI IOSIF BRODSKIJ

I POETI RITORNANO – SECONDA USCITA

PARTE II

Il solco che lascia dietro di sé

Il tema della persistenza, l’idea di lasciare tracce, la speranza di lasciare tracce. È il tempo inteso come memoria che spinge, più d’ogni altra ragione, Brodskij alla scrittura. È un desiderio di permanenza il suo e non dovrebbe stupire data la condizione del poeta, costretto all’esilio, lontano da tutto quanto gli era familiare. Inoltre la memoria, se può garantire qualcosa, non è tanto la permanenza o l’eternità, quanto piuttosto l’unitarietà, la capacità di tenere insieme le cose, di far sì che non ci si disperda, anche come individui. Costantemente nelle poesie di Brodskij appaiono e scompaiano immagini di passaggi, orme più che piedi, ombre più che corpi. Tutto è contraddistinto dall’evanescenza e dal vuoto. Quanto può rimanere non è il soggetto, ma il suo versum, il solco che lascia dietro di sé.

Così alitando sul vetro, si tracciano
le iniziali di coloro alla cui assenza
non ci si può rassegnare.

È come se per Brodskij l’indizio, la traccia fossero attestazioni di presenza, le uniche certezze possibili circa ciò che esiste e ciò che è esistito.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.

Ricorrono immagini di ombre, orme e tracce, tutto ciò che, di riflesso, ammette o conferma che qualcosa è stato. Una pausa dal vano e dal vuoto che, però, si colma con l’indiretto. Non siamo noi che restiamo, ma la nostra scia. Questa consapevolezza, questo pensiero sull’effimero rende Brodskij capace di lasciarsi attraversare e attraversare il corso del tempo. Addirittura il paradiso, così come viene immaginato dal poeta, è semplicemente un luogo dove:

Detto questo, non resta che seguire il movimento
delle lancette. E l’occhio senza suono
affonda nello specchio del quadrante:
in paradiso per non disturbare la quiete,
l’orologio non batte.

Ed è Brodskij stesso che sottolinea l’importanza del concetto di tempo nella sua poetica:
Ad ogni modo, in poche parole, il mio interesse principale è la natura del tempo. Ecco quello che mi interessa di più. Quello che il tempo può fare ad un uomo.

Non è un caso che la poesia di Brodskij veda come protagonisti spesso e volentieri gli oggetti. C’è onestà negli oggetti, c’è persino empatia. Tanto che appare chiaro da alcune liriche brodskijane che proprio gli oggetti si possono fare tramiti e specchi della condizione umana, che è condizione di solitudine. Dagli oggetti si evince anche un’altra lezione sulla natura dell’uomo, la cosa infatti ricorda all’essere umano il concetto, indimenticato in Brodskij, della finitezza.

La solitudine insegna l’essenza delle cose, poiché anche quella
essenza è solitudine.

Nei componimenti di Brodskij non c’è quasi mai spazio per l’umano. Lo spazio non è il regno dell’uomo, ma il regno del vuoto, delle cose, del silenzio. È quasi impossibile trovare nel poeta russo la folla, ovunque si posi il suo occhio non c’è nessuno. Anche nel momento in cui Brodskij incontra nel suo osservare l’uomo, questo sempre si tramuta in altro.

Nei piccoli paesi la gente non dalla faccia viene
riconosciuta, ma, nelle lunghe file, dalla schiena;
di sabato si mettono all’indiana
uno dietro l’altro, come nel deserto una carovana.

Questo genere di visione, che spesso si ripete in Brodskij, dà forma ad un sentimento costantemente presente nel poeta, la percezione della propria solitudine, in quanto esule certo, ma anche in quanto essere umano. Emerge nella sua poetica l’idea che l’oggetto sia più forte. I nomi, le persone ed i luoghi sono fragili, vengono oscurati dalla “nebbiolina che entra nella stanza” della memoria. Le cose sono più forti, tanto che:

In loro non c’è bene, né male
di fuori. Se penetri dentro: niente di niente.

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.