IL MARE NON È NIENTE
PRIMA USCITA
PARTE I
Pierluigi Cappello
Sono stato qui, io?
Sono stato qui?
Dentro questo vapore d’anni,
a cercarmi?
Assetto di Volo – Crocetti Editore, 2011
È difficile scrivere qualcosa di intelligente al riguardo, lo faccio come si fa qualcosa di misterioso: controluce, senza vedere.
Pierluigi Cappello è stato uno dei grandi poeti del Novecento italiano e tutta la sua storia è una sfibrante lotta contro il dolore, contro la malattia e l’indigenza. Cappello nasce a Gemona del Friuli nel 1967, si dedica allo studio e allo sport, brillante centometrista con il sogno di fare l’aviatore. All’età di 16 anni con un amico partirono per fare un giro in moto quando all’improvviso l’incidente. L’amico morì sul colpo e Pierluigi iniziò un calvario di interventi chirurgici, rieducazioni e fisioterapia, un percorso che gli ha permesso di continuare a vivere ma gli ha provocato un’estrema fragilità fisica. Muore il primo Ottobre del 2017, in condizioni di quasi assoluta povertà.
Nel 2012 la situazione di Cappello spinse la Regione Friuli Venezia Giulia a chiedere la concessione dei benefici della Legge Bacchelli, la quale prevede un piccolo vitalizio per gli artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate. L’appello è stato raccolto e sottoscritto dalle Università di Siena, Firenze, Udine, Roma Tre e dall’Accademia della Crusca, oltre che da migliaia di privati cittadini e intellettuali.
Una storia che fa un po’ vergogna, ma alla quale Cappello rispose ogni giorno, componendo con la sua matita sempre aguzza, poesie cariche di umanità e di bellezza.
I polpastrelli premuti sulla terra battuta,
la combustione degli istanti liberata in uno scoppio
nel corpo lanciato verso cento metri che non finiscono più
che sono già finiti,
i lunghi ritorni a casa, estenuanti,
dove qualcosa dentro noi andava puntellato
nella desolazione, per catturare il mondo in un dettaglio,
come guardato attraverso una fessura.
Siamo antichissimi e giovani,
abbiamo visto Vienna liberata dai cavalieri alati,
chiuso le belle lettere in un tascapane,
accanto alle cartucce
scalato le marce e aperto il gas in un ruggito
dopo l’ultima curva
e ancora la bellezza e il dolore sono un cielo
che entra nella voce e la spezza.
Non orgoglio del compito svolto
ma per orgoglio del compito
qualcosa rimane del nostro dire
abbiamo inciso i nomi sul tronco folgorato,
siamo passati di lì.
Stato di quiete – Poesie 2010-2016, BUR, 2016
Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.
IL MARE NON È NIENTE
PRIMA USCITA
PARTE I
Pierluigi Cappello
Sono stato qui, io?
Sono stato qui?
Dentro questo vapore d’anni,
a cercarmi?
Assetto di Volo – Crocetti Editore, 2011
È difficile scrivere qualcosa di intelligente al riguardo, lo faccio come si fa qualcosa di misterioso: controluce, senza vedere.
Pierluigi Cappello è stato uno dei grandi poeti del Novecento italiano e tutta la sua storia è una sfibrante lotta contro il dolore, contro la malattia e l’indigenza. Cappello nasce a Gemona del Friuli nel 1967, si dedica allo studio e allo sport, brillante centometrista con il sogno di fare l’aviatore. All’età di 16 anni con un amico partirono per fare un giro in moto quando all’improvviso l’incidente. L’amico morì sul colpo e Pierluigi iniziò un calvario di interventi chirurgici, rieducazioni e fisioterapia, un percorso che gli ha permesso di continuare a vivere ma gli ha provocato un’estrema fragilità fisica. Muore il primo Ottobre del 2017, in condizioni di quasi assoluta povertà.
Nel 2012 la situazione di Cappello spinse la Regione Friuli Venezia Giulia a chiedere la concessione dei benefici della Legge Bacchelli, la quale prevede un piccolo vitalizio per gli artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate. L’appello è stato raccolto e sottoscritto dalle Università di Siena, Firenze, Udine, Roma Tre e dall’Accademia della Crusca, oltre che da migliaia di privati cittadini e intellettuali.
Una storia che fa un po’ vergogna, ma alla quale Cappello rispose ogni giorno, componendo con la sua matita sempre aguzza, poesie cariche di umanità e di bellezza.
I polpastrelli premuti sulla terra battuta,
la combustione degli istanti liberata in uno scoppio
nel corpo lanciato verso cento metri che non finiscono più
che sono già finiti,
i lunghi ritorni a casa, estenuanti,
dove qualcosa dentro noi andava puntellato
nella desolazione, per catturare il mondo in un dettaglio,
come guardato attraverso una fessura.
Siamo antichissimi e giovani,
abbiamo visto Vienna liberata dai cavalieri alati,
chiuso le belle lettere in un tascapane,
accanto alle cartucce
scalato le marce e aperto il gas in un ruggito
dopo l’ultima curva
e ancora la bellezza e il dolore sono un cielo
che entra nella voce e la spezza.
Non orgoglio del compito svolto
ma per orgoglio del compito
qualcosa rimane del nostro dire
abbiamo inciso i nomi sul tronco folgorato,
siamo passati di lì.
Stato di quiete – Poesie 2010-2016, BUR, 2016
Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.

