DALLA BOMBA AD ASTROBOY
MECHA – PRIMA USCITA
genere che ha segnato un medium
Il genere Mecha
Quanto si parla di animazione giapponese (Anime) il nostro pensiero va subito a Ufo Robot e le epiche battaglie spaziali di Gundam. Ma che cosa c’è dietro i giganteschi robot? Questi mastodontici difensori dell’umanità sono i Mecha, abbreviazione della parola latina mechanica, ovvero dei “robottoni” di forma umanoide pilotati da un essere umano.
Queste storie hanno avuto un successo così grande tra il pubblico che hanno definito una categoria, appunto il genere MECHA, che ha trascinato l’industria dell’animazione nipponica dagli anni 60 fino a pochi anni fa.
Ma da dove arrivano queste macchine e perché hanno avuto un impatto culturale così grande?
Partiamo con alcuni cenni storici: è finita da poco la seconda guerra mondiale e i suoi orrori ancora riecheggiano negli occhi e nel cuore dei civili. Come in Europa si è sentita forte l’esigenza di elaborarne la portata, in Italia con i film di Rossellini (Paisà, Roma Città Aperta, Germania Anno Zero) e non solo, così è successo anche nei paesi extraeuropei, tra cui il Giappone. Reduce da un’umiliante sconfitta che deve aver pesato non poco su un popolo orgoglioso come quello nipponico, il Giappone è l’unica nazione nella storia ad aver subito un criminale attacco nucleare da parte degli Stati Uniti. Tutto questo terrificante passato ha trovato la sua risposta in moltissime opere, addirittura oggi si sente come l’agosto del 1945 abbia scolpito nella memoria storica della popolazione un segno indelebile, come per noi italiani l’occupazione nazifascista.
Il genere Mecha affonda le sue radici proprio nel secondo conflitto mondiale, sono infatti del 1952 e del 1956 Astroboy, fumetto di Osamu Tezuka, autore considerato il padre dei manga, e Super Robot 28 di Mitsuteru Yokoyama, entrambi tradotti in serie animate nel 1963.
Super Robot 28 è una storia ambientata proprio durante gli ultimi mesi della guerra. Due scienziati stanno lavorando ad un’arma, ovvero un gigantesco robot, in grado di salvare il Giappone dalla disfatta totale, ma quando riescono ad ultimarla, la guerra è già conclusa. Si decide di affidare il gigante di metallo al figlio di Kaneda, uno dei due ricercatori, Shotaro, incaricato di pilotarlo da remoto grazie ad un telecomando.
Astroboy (Tetsuwan Atomu in giapponese, ovvero “Atom dal braccio di ferro”) riprende alcuni tratti da Pinocchio e Frankenstein, infatti si tratta di un bambino meccanico, ma con sentimenti umani, creato dal Dottor Tenma in seguito alla morte del figlio. Astroboy diviene tutore della legalità in quanto dotato di poteri sovrannaturali e del senso di ciò che è giusto e sbagliato, facendosi portatore di un messaggio di pace e unione tra tutte le popolazioni del mondo.
Il primo gennaio 1963 Tetsuwan Atomu venne trasmesso su Fuji TV, segnando la data di nascita dell’industria moderna del disegno animato giapponese. Il risultato della serie fu del tutto inaspettato, raccolse il 27,4% di share e fu il primo anime ad essere esportato negli Stati Uniti. Il successo generò un circolo virtuoso tra pubblicità, animazione, sponsor fino al coinvolgimento del mercato dei fumetti.
Inizialmente, per convincere la Fuji TV ad appoggiare il progetto, Tezuka dovette ridurre di molto il prezzo delle puntate, costringendo i suoi collaboratori a sobbarcarsi un lavoro al limite dell’umano. Gli animatori erano sottoposti a ritmi massacranti, tanto da essere soprannominati “castello insonne” a causa delle luci accese fino all’alba. Per ottimizzare il tempo e ridurre le spese di produzione si passò da 700 disegni al minuto a 200, fino addirittura a soli 100 nel secondo episodio. Nacquero così quelli che si possono definire i tre capisaldi della rivoluzione del cartone animato giapponese: l’enfatizzazione del movimento attraverso le tecniche di ripresa, le storie coinvolgenti e di grande qualità, l’elevata produttività dei reparti tecnici.
La serie venne trasmessa fino al 1966 e contava ben 193 episodi e fu solo grazie all’instancabile unità di produzione, sottoposta a ritmi massacranti dettati da Tezuka in persona, che si riuscì a mantenere la costanza di un episodio di 30 minuti a settimana.
Super Robot 28 sicuramente può essere considerato il primo passo verso il genere “robotto”, progenitore del mecha, così come Astroboy, opera decisamente complessa per i suoi numerosi risvolti psicologici, ne presenta uno dei principali temi: non esiste cattiveria intrinseca nelle macchine e negli oggetti creati dall’uomo, la malvagità risiede nell’intento del suo creatore e nell’utilizzo del mezzo.
L’interesse per i robot giganti e la tecnologia creato da Yokoyama non fece altro che aumentare, fino a raggiungere la sua forma definitiva con il padre del genere: Go Nagai, ma questa è una storia per un altro giorno.
Articolo a cura di Alessandro Bogini
Grafiche di Luigi Mameli
DALLA BOMBA AD ASTROBOY
MECHA – PRIMA USCITA
genere che ha segnato un medium
Il genere Mecha
Quanto si parla di animazione giapponese (Anime) il nostro pensiero va subito a Ufo Robot e le epiche battaglie spaziali di Gundam. Ma che cosa c’è dietro i giganteschi robot? Questi mastodontici difensori dell’umanità sono i Mecha, abbreviazione della parola latina mechanica, ovvero dei “robottoni” di forma umanoide pilotati da un essere umano.
Queste storie hanno avuto un successo così grande tra il pubblico che hanno definito una categoria, appunto il genere MECHA, che ha trascinato l’industria dell’animazione nipponica dagli anni 60 fino a pochi anni fa.
Ma da dove arrivano queste macchine e perché hanno avuto un impatto culturale così grande?
Partiamo con alcuni cenni storici: è finita da poco la seconda guerra mondiale e i suoi orrori ancora riecheggiano negli occhi e nel cuore dei civili. Come in Europa si è sentita forte l’esigenza di elaborarne la portata, in Italia con i film di Rossellini (Paisà, Roma Città Aperta, Germania Anno Zero) e non solo, così è successo anche nei paesi extraeuropei, tra cui il Giappone. Reduce da un’umiliante sconfitta che deve aver pesato non poco su un popolo orgoglioso come quello nipponico, il Giappone è l’unica nazione nella storia ad aver subito un criminale attacco nucleare da parte degli Stati Uniti. Tutto questo terrificante passato ha trovato la sua risposta in moltissime opere, addirittura oggi si sente come l’agosto del 1945 abbia scolpito nella memoria storica della popolazione un segno indelebile, come per noi italiani l’occupazione nazifascista.
Il genere Mecha affonda le sue radici proprio nel secondo conflitto mondiale, sono infatti del 1952 e del 1956 Astroboy, fumetto di Osamu Tezuka, autore considerato il padre dei manga, e Super Robot 28 di Mitsuteru Yokoyama, entrambi tradotti in serie animate nel 1963.
Super Robot 28 è una storia ambientata proprio durante gli ultimi mesi della guerra. Due scienziati stanno lavorando ad un’arma, ovvero un gigantesco robot, in grado di salvare il Giappone dalla disfatta totale, ma quando riescono ad ultimarla, la guerra è già conclusa. Si decide di affidare il gigante di metallo al figlio di Kaneda, uno dei due ricercatori, Shotaro, incaricato di pilotarlo da remoto grazie ad un telecomando.
Astroboy (Tetsuwan Atomu in giapponese, ovvero “Atom dal braccio di ferro”) riprende alcuni tratti da Pinocchio e Frankenstein, infatti si tratta di un bambino meccanico, ma con sentimenti umani, creato dal Dottor Tenma in seguito alla morte del figlio. Astroboy diviene tutore della legalità in quanto dotato di poteri sovrannaturali e del senso di ciò che è giusto e sbagliato, facendosi portatore di un messaggio di pace e unione tra tutte le popolazioni del mondo.
Il primo gennaio 1963 Tetsuwan Atomu venne trasmesso su Fuji TV, segnando la data di nascita dell’industria moderna del disegno animato giapponese. Il risultato della serie fu del tutto inaspettato, raccolse il 27,4% di share e fu il primo anime ad essere esportato negli Stati Uniti. Il successo generò un circolo virtuoso tra pubblicità, animazione, sponsor fino al coinvolgimento del mercato dei fumetti.
Inizialmente, per convincere la Fuji TV ad appoggiare il progetto, Tezuka dovette ridurre di molto il prezzo delle puntate, costringendo i suoi collaboratori a sobbarcarsi un lavoro al limite dell’umano. Gli animatori erano sottoposti a ritmi massacranti, tanto da essere soprannominati “castello insonne” a causa delle luci accese fino all’alba. Per ottimizzare il tempo e ridurre le spese di produzione si passò da 700 disegni al minuto a 200, fino addirittura a soli 100 nel secondo episodio. Nacquero così quelli che si possono definire i tre capisaldi della rivoluzione del cartone animato giapponese: l’enfatizzazione del movimento attraverso le tecniche di ripresa, le storie coinvolgenti e di grande qualità, l’elevata produttività dei reparti tecnici.
La serie venne trasmessa fino al 1966 e contava ben 193 episodi e fu solo grazie all’instancabile unità di produzione, sottoposta a ritmi massacranti dettati da Tezuka in persona, che si riuscì a mantenere la costanza di un episodio di 30 minuti a settimana.
Super Robot 28 sicuramente può essere considerato il primo passo verso il genere “robotto”, progenitore del mecha, così come Astroboy, opera decisamente complessa per i suoi numerosi risvolti psicologici, ne presenta uno dei principali temi: non esiste cattiveria intrinseca nelle macchine e negli oggetti creati dall’uomo, la malvagità risiede nell’intento del suo creatore e nell’utilizzo del mezzo.
L’interesse per i robot giganti e la tecnologia creato da Yokoyama non fece altro che aumentare, fino a raggiungere la sua forma definitiva con il padre del genere: Go Nagai, ma questa è una storia per un altro giorno.
Articolo a cura di Alessandro Bogini
Grafiche di Luigi Mameli

