UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE

METANIME – PRIMA USCITA 

Animazione Giapponese

Il capolavoro di Isao Takahata

16 aprile 1988, lo Studio Ghibli fa uscire due film nelle sale giapponesi: Il mio vicino Totoro e La Tomba delle Lucciole. Il primo per la regia di Hayao Miyazaki, il secondo di Isao Takahata, due opere diametralmente opposte, ma entrambe fortemente rappresentative dei due spiriti che formano lo studio d’animazione giapponese più famoso al mondo.
L’opera di Miyazaki racconta la vicenda di due sorelle in un’atmosfera fiabesca e magica, anche il film di Isao Takahata racconta la storia di due fratelli, ma in toni decisamente crudi e spietati.
Il film si apre alla stazione di Kobe, è il 21 settembre 1945 e la guerra è finita da poco più di un mese. Tra il disprezzo dei passanti, gruppi di giovani ragazzi e bambini sfollati si raccolgono intorno ai pilastri della struttura.
Uno di loro si chiama Seita, ha quattordici anni e,come gli altri, sta morendo. Subito il regista ci fa capire che non c’è gloria nel conflitto, ma solo vittime, anche dopo che finisce. Vedere un povero bambino che lentamente muore nell’indifferenza generale è un immagine per noi surreale, ma allora la popolazione era fin troppo abituata a seppellire concittadini di qualsiasi età.
Gli occhi si spengono, la sua battaglia è finalmente finita, ora può raggiungere lo spirito della sorella Setsuko e, in una luce rossa illuminata da piccoli bagliori di lucciole, inizia un viaggio attraverso le loro ultime settimane di vita e saranno proprio Seita e Setsuko a illustrarci una chimera d’amore in mezzo agli orrori delle bombe.
Torniamo indietro di qualche mese. È giugno, la città di Kobe viene presa di mira dai bombardieri americani che sganciano le loro armi incendiarie su una città che sembra fatta di carta. Suona l’allarme, Setsuko ha 4 anni e fa i capricci. Non vuole andare nel rifugio anti aereo, la spaventa e chiede al suo “fratellone” Seita di portarla sulle spalle. Costretti a separarsi dalla madre, i due scappano mentre vedono gli edifici intorno a loro bruciare.
Dopo aver cercato conforto da una zia avida e rigida, Seita e Setsuko si rifugiano in una piccola grotta vicino ad un lago poco distante dal paese.
Da questo momento inizia l’utopia dei due protagonisti e la loro protesta contro un mondo di adulti che fanno la guerra, che li hanno abbandonati, genitori inclusi, e che li trattano con indifferenza. Il gioco disperato di un bambino che cerca di cancellare l’orrore in un fiacco, per quanto bellissimo, tentativo di umanità.
Inizialmente il sogno sembra non dover mai finire, ma gradualmente il cibo inizia a scarseggiare, così come i soldi e Setsuko si ammala.
Seita è costretto a rubare per poterle dare da mangiare. Viene picchiato, maltrattato e umiliato, ma farebbe qualsiasi cosa pur di aiutare la sorellina. Inizia anche a razziare le case dei vicini durante gli attacchi aerei, quando le abitazioni si svuotano e sono tutti nei rifugi.
Setsuko è ormai allo stremo e Seita la porta da un dottore, il quale, con molto distacco e indifferenza, lo informa che la sorella è malnutrita e che morirà se continua a non mangiare. Un’ultima vana apertura verso un cosmo indifferente.
Con le lacrime agli occhi il ragazzino che si è sempre mostrato rispettoso di tutto e tutti, che si scusava con il contadino mentre lo derubava, che chinava la testa di fronte alle ingiustizie della zia, per la prima volta lo vediamo rabbioso urlare contro la disumanità di quel mondo da cui aveva provato ad alienarsi:
È brusco il risveglio dall’illusione.
Il Giappone è stato sconfitto e la flotta della Marina militare giapponese dove il padre era Ufficiale è stata affondata. In quello che era il loro rifugio, la piccola Setsuko vaneggia offrendo al fratello del fango come fosse una polpetta di riso. Muore sotto i suoi occhi, il sogno è distrutto.
Ritorna il bagliore rosso e lampi di lucciole, un treno che parte dalla stazione, si torna all’inizio della vicenda, un adolescente che muore di inedia tra l’indifferenza, solo con il suo dolore.
L’ultima scena del film è l’immagine dei due fratelli di nuovo insieme che guardano la moderna città di Kobe, con i suoi palazzi e grattaceli, dalla collina dove un tempo avevano vissuto la loro utopia.
La prima volta che ho visto quest’opera ne rimasi subito folgorato. Mi ha ricordato i racconti della guerra dei nonni, gli inglesi prima e i tedeschi poi, e delle loro piccole invenzioni per trovare qualcosa con cui giocare. Mia nonna che si commuove ripensando alla distruzione dopo i bombardamenti, i ricordi che si confondono nelle immagini della distruzione, confermando l’idea di come sia universale la devastazione fisica e psicologica che la guerra porti sulla popolazione. Non mi ha sorpreso più di tanto scoprire che la nonna fosse nata esattamente sette mesi prima di Takahata.
Sono molto forti i prestiti che il regista fa nei confronti del neorealismo italiano, in quelle immagini c’è la volontà di raccontare il conflitto per com’è, senza gloria né onore, dalla parte delle vittime. Gli indifesi sono i due piccoli fratelli che cercano un angolo di mondo dove rifugiarsi, siamo noi che assistiamo inermi alla tragica fine del secondo conflitto mondiale.
Il film è pieno di frammenti di quella che poteva essere la quotidianità di quegli anni. Tizzoni ardenti impossibili da trattenere per più di qualche istante, da spettatore si finisce sempre con le scottature. Uno in particolare mi colpisce ogni volta e, nella sua semplicità, lo ritengo anche il più emblematico.
Seita e Setsuko stanno camminando per tornare a casa. La bambina si ferma e inizia a piangere disperata. Non mangiano decentemente da giorni, è stanca e non ce la fa più. Il fratello maggiore estrae dalla tasca una piccola scatola di latta, contiene delle caramelle che aveva conservato poco prima dell’inizio dei bombardamenti. Noi spettatori vediamo il tutto da lontano, come a non volerli disturbare. Setsuko la prende, cerca di farne scendere una, ma non viene giù nulla. Piange, ma il fratello da un colpetto al fondo del barattolo da cui escono tre caramelle appiccicate tra di loro. La bambina le osserva, ma non ci pensa neanche su, ne prende una e rimette le altre due di nuovo nella scatola di latta. Il tutto si svolge senza dire neanche una parola.
Negli occhi di una bambina consapevole che si muore di fame ho capito cos’è la guerra.

Articolo e grafica a cura di Alessandro Bogini

UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE

METANIME – PRIMA USCITA 

Animazione Giapponese

Il capolavoro di Isao Takahata

16 aprile 1988, lo Studio Ghibli fa uscire due film nelle sale giapponesi: Il mio vicino Totoro e La Tomba delle Lucciole. Il primo per la regia di Hayao Miyazaki, il secondo di Isao Takahata, due opere diametralmente opposte, ma entrambe fortemente rappresentative dei due spiriti che formano lo studio d’animazione giapponese più famoso al mondo.
L’opera di Miyazaki racconta la vicenda di due sorelle in un’atmosfera fiabesca e magica, anche il film di Isao Takahata racconta la storia di due fratelli, ma in toni decisamente crudi e spietati.
Il film si apre alla stazione di Kobe, è il 21 settembre 1945 e la guerra è finita da poco più di un mese. Tra il disprezzo dei passanti, gruppi di giovani ragazzi e bambini sfollati si raccolgono intorno ai pilastri della struttura.
Uno di loro si chiama Seita, ha quattordici anni e,come gli altri, sta morendo. Subito il regista ci fa capire che non c’è gloria nel conflitto, ma solo vittime, anche dopo che finisce. Vedere un povero bambino che lentamente muore nell’indifferenza generale è un immagine per noi surreale, ma allora la popolazione era fin troppo abituata a seppellire concittadini di qualsiasi età.
Gli occhi si spengono, la sua battaglia è finalmente finita, ora può raggiungere lo spirito della sorella Setsuko e, in una luce rossa illuminata da piccoli bagliori di lucciole, inizia un viaggio attraverso le loro ultime settimane di vita e saranno proprio Seita e Setsuko a illustrarci una chimera d’amore in mezzo agli orrori delle bombe.
Torniamo indietro di qualche mese. È giugno, la città di Kobe viene presa di mira dai bombardieri americani che sganciano le loro armi incendiarie su una città che sembra fatta di carta. Suona l’allarme, Setsuko ha 4 anni e fa i capricci. Non vuole andare nel rifugio anti aereo, la spaventa e chiede al suo “fratellone” Seita di portarla sulle spalle. Costretti a separarsi dalla madre, i due scappano mentre vedono gli edifici intorno a loro bruciare.
Dopo aver cercato conforto da una zia avida e rigida, Seita e Setsuko si rifugiano in una piccola grotta vicino ad un lago poco distante dal paese.
Da questo momento inizia l’utopia dei due protagonisti e la loro protesta contro un mondo di adulti che fanno la guerra, che li hanno abbandonati, genitori inclusi, e che li trattano con indifferenza. Il gioco disperato di un bambino che cerca di cancellare l’orrore in un fiacco, per quanto bellissimo, tentativo di umanità.
Inizialmente il sogno sembra non dover mai finire, ma gradualmente il cibo inizia a scarseggiare, così come i soldi e Setsuko si ammala.
Seita è costretto a rubare per poterle dare da mangiare. Viene picchiato, maltrattato e umiliato, ma farebbe qualsiasi cosa pur di aiutare la sorellina. Inizia anche a razziare le case dei vicini durante gli attacchi aerei, quando le abitazioni si svuotano e sono tutti nei rifugi.
Setsuko è ormai allo stremo e Seita la porta da un dottore, il quale, con molto distacco e indifferenza, lo informa che la sorella è malnutrita e che morirà se continua a non mangiare. Un’ultima vana apertura verso un cosmo indifferente.
Con le lacrime agli occhi il ragazzino che si è sempre mostrato rispettoso di tutto e tutti, che si scusava con il contadino mentre lo derubava, che chinava la testa di fronte alle ingiustizie della zia, per la prima volta lo vediamo rabbioso urlare contro la disumanità di quel mondo da cui aveva provato ad alienarsi:
È brusco il risveglio dall’illusione.
Il Giappone è stato sconfitto e la flotta della Marina militare giapponese dove il padre era Ufficiale è stata affondata. In quello che era il loro rifugio, la piccola Setsuko vaneggia offrendo al fratello del fango come fosse una polpetta di riso. Muore sotto i suoi occhi, il sogno è distrutto.
Ritorna il bagliore rosso e lampi di lucciole, un treno che parte dalla stazione, si torna all’inizio della vicenda, un adolescente che muore di inedia tra l’indifferenza, solo con il suo dolore.
L’ultima scena del film è l’immagine dei due fratelli di nuovo insieme che guardano la moderna città di Kobe, con i suoi palazzi e grattaceli, dalla collina dove un tempo avevano vissuto la loro utopia.
La prima volta che ho visto quest’opera ne rimasi subito folgorato. Mi ha ricordato i racconti della guerra dei nonni, gli inglesi prima e i tedeschi poi, e delle loro piccole invenzioni per trovare qualcosa con cui giocare. Mia nonna che si commuove ripensando alla distruzione dopo i bombardamenti, i ricordi che si confondono nelle immagini della distruzione, confermando l’idea di come sia universale la devastazione fisica e psicologica che la guerra porti sulla popolazione. Non mi ha sorpreso più di tanto scoprire che la nonna fosse nata esattamente sette mesi prima di Takahata.
Sono molto forti i prestiti che il regista fa nei confronti del neorealismo italiano, in quelle immagini c’è la volontà di raccontare il conflitto per com’è, senza gloria né onore, dalla parte delle vittime. Gli indifesi sono i due piccoli fratelli che cercano un angolo di mondo dove rifugiarsi, siamo noi che assistiamo inermi alla tragica fine del secondo conflitto mondiale.
Il film è pieno di frammenti di quella che poteva essere la quotidianità di quegli anni. Tizzoni ardenti impossibili da trattenere per più di qualche istante, da spettatore si finisce sempre con le scottature. Uno in particolare mi colpisce ogni volta e, nella sua semplicità, lo ritengo anche il più emblematico.
Seita e Setsuko stanno camminando per tornare a casa. La bambina si ferma e inizia a piangere disperata. Non mangiano decentemente da giorni, è stanca e non ce la fa più. Il fratello maggiore estrae dalla tasca una piccola scatola di latta, contiene delle caramelle che aveva conservato poco prima dell’inizio dei bombardamenti. Noi spettatori vediamo il tutto da lontano, come a non volerli disturbare. Setsuko la prende, cerca di farne scendere una, ma non viene giù nulla. Piange, ma il fratello da un colpetto al fondo del barattolo da cui escono tre caramelle appiccicate tra di loro. La bambina le osserva, ma non ci pensa neanche su, ne prende una e rimette le altre due di nuovo nella scatola di latta. Il tutto si svolge senza dire neanche una parola.
Negli occhi di una bambina consapevole che si muore di fame ho capito cos’è la guerra.

Articolo e grafica a cura di Alessandro Bogini