AKIRA, TRA IL PRINCIPIO E LA FINE

METANIME – QUARTA USCITA

Dixitque Deus: “Fiat lux”

Akira

Tokyo, 16 luglio 1988. Un’ onda di luce devastante rade al suolo la città. È la nascita del mito, è la morte di Akira.
Quest’opera porta con sé principio e fine, nascita e morte.
Il principio: bastato sull’omonimo manga di Katsuhiro Otomo, Akira si preparava ad essere la produzione più maestosa che il Giappone avesse mai fatto, fu creata una società denominata Akira Committee per riuscire a sostenere l’enorme spesa necessaria per il film.
La fine: il colossale investimento per la realizzazione del progetto ha portato tutta l’animazione nipponica a soffrirne, ci vollero anni al mercato per riprendersi, complice anche la crisi economica che colpì l’isola tra la fine del 1991 e il 2010.
2019, Neo Tokyo si prepara ad ospitare i giochi olimpici. La città è teatro di continue lotte tra polizia e popolazione, il gruppo di militanza armata della sinistra giapponese compie atti terroristici in nome della rivoluzione e bande di motociclisti si scontrano per le strade. È un’anarchia a cui la metropoli sembra strizzare l’occhio, una sorta di libero sfogo in un momento di ordinato caos. Tokyo assume un ruolo fondamentale in quest’opera, silenzioso protagonista che prepara lo spettatore alla fine con un cupo richiamo ad un’ineluttabile apocalisse. Le luci artificiali illuminano con indifferenza una situazione di povertà e ricchezza estrema, una società sull’orlo del collasso.

La città si prepara ad essere purificata, si prepara al ritorno del bagliore di Akira.
È notte, fasci di luce rossa e arancione solcano le strade della capitale giapponese. Sono Kaneda e la sua banda di motociclisti all’inseguimento dei Clown, un gruppo rivale. Durante la corsa Tetsuo Shima, uno degli amici più stretti di Kaneda, ha un incidente. Si è scontrato con uno bambino dal volto anziano, ha degli strani poteri, il numero 26 tatuato sulla mano e si chiama Takashi. Il piccolo è rimasto illeso mentre Tetsuo è a terra agonizzante.
In un batter d’occhio vengono entrambi portati via dall’esercito giapponese, Kaneda e gli altri assistono inermi all’evento e vengono portati in caserma per essere interrogati.
In seguito si scoprirà che Takashi ha fatto parte di un esperimento condotto nel 1988 dal corpo militare giapponese per liberare le capacità psicocinetiche degli esseri umani così da poterle utilizzare durante la guerra.
Kiyoko con il numero 25, Takashi numero 26 e Masaru il numero 27 sono gli unici sopravvissuti a quegli esperimenti, ricerche interrotte dopo che il soggetto più promettente aveva creato un’onda d’energia che aveva distrutto la città. Era il numero 28, Akira.

Adesso la sperimentazione era ricominciata con Tetsuo come unico soggetto di studio.
In poco tempo il sedicenne motociclista sviluppa dei poteri impressionanti, sfugge al controllo dei militari e scappa dall’ospedale dov’era rinchiuso. Vibra nella luce arancione della città, è un lampo carico di rabbia e voglia di riscatto.
Abbagliato da questo immenso potere, Tetsuo ne diventa schiavo, non vuole più essere l’ultimo della compagnia. Non vuole essere secondo a nessuno. Va alla ricerca del laboratorio numero 28 dove si trova la fonte di energia in grado di distruggere e creare la vita, la stanza di Akira.
Situata sotto lo stadio olimpico, li Tetsuo incontra Kaneda e Kai, una ragazza del fronte rivoluzionario, entrambi intenzionati a fermare la sua furia distruttrice, ma, nonostante i loro sforzi, non riescono a impedire che Akira venga risvegliato e il suo potere sprigionato. Tokyo viene nuovamente fatta brillare dal sole della distruzione. Distruggere per poter ricreare, la terra viene purificata.
Grazie a Masaru, Kiyoko e Takashi, Kaneda e Kai vengono materializzati in un posto sicuro, al riparo dall’esplosione, il cielo si copre di nuvole, ma il sole, per la prima volta, splende filtrando dalle nubi scure. Di Akira e Tetsuo rimane soltanto un bagliore che si spegne nelle mani di Kaneda.

Et facta est lux.

L’importanza di Akira trascende il medium stesso, il film riuscì a creare un’iconografia così potente che ancora oggi persiste, è stato frutto di una sperimentazione e progresso che sono stati gli anni 80. Durante i primi anni del decennio videro la luce opere del calibro di Gundam e Macross che hanno aperto la strada agli immaginari del genere fantascientifico, a seguire, a metà degli anni ottanta, viene fondato lo Studio Ghibli (Hayao Miyazaki e Isao Takahata) fornace di film innovativi e qualitativamente eccellenti.
Alla fine di quest’epoca Akira ha risposto alla necessità di un’industria che voleva alzare il livello ancora più in altro, creando così il suo prodotto migliore.

Akira non è soltanto una magnifica opera d’arte, è stato anche il manifesto dell’animazione giapponese in occidente, aprendo definitivamente le porte alla diffusione della cultura anime in America e in Europa.

Articolo e grafica a cura di Alessandro Bogini.

AKIRA, TRA IL PRINCIPIO E LA FINE

METANIME – QUARTA USCITA

Dixitque Deus: “Fiat lux”

Akira

Tokyo, 16 luglio 1988. Un’ onda di luce devastante rade al suolo la città. È la nascita del mito, è la morte di Akira.
Quest’opera porta con sé principio e fine, nascita e morte.
Il principio: bastato sull’omonimo manga di Katsuhiro Otomo, Akira si preparava ad essere la produzione più maestosa che il Giappone avesse mai fatto, fu creata una società denominata Akira Committee per riuscire a sostenere l’enorme spesa necessaria per il film.
La fine: il colossale investimento per la realizzazione del progetto ha portato tutta l’animazione nipponica a soffrirne, ci vollero anni al mercato per riprendersi, complice anche la crisi economica che colpì l’isola tra la fine del 1991 e il 2010.
2019, Neo Tokyo si prepara ad ospitare i giochi olimpici. La città è teatro di continue lotte tra polizia e popolazione, il gruppo di militanza armata della sinistra giapponese compie atti terroristici in nome della rivoluzione e bande di motociclisti si scontrano per le strade. È un’anarchia a cui la metropoli sembra strizzare l’occhio, una sorta di libero sfogo in un momento di ordinato caos. Tokyo assume un ruolo fondamentale in quest’opera, silenzioso protagonista che prepara lo spettatore alla fine con un cupo richiamo ad un’ineluttabile apocalisse. Le luci artificiali illuminano con indifferenza una situazione di povertà e ricchezza estrema, una società sull’orlo del collasso.

La città si prepara ad essere purificata, si prepara al ritorno del bagliore di Akira.
È notte, fasci di luce rossa e arancione solcano le strade della capitale giapponese. Sono Kaneda e la sua banda di motociclisti all’inseguimento dei Clown, un gruppo rivale. Durante la corsa Tetsuo Shima, uno degli amici più stretti di Kaneda, ha un incidente. Si è scontrato con uno bambino dal volto anziano, ha degli strani poteri, il numero 26 tatuato sulla mano e si chiama Takashi. Il piccolo è rimasto illeso mentre Tetsuo è a terra agonizzante.
In un batter d’occhio vengono entrambi portati via dall’esercito giapponese, Kaneda e gli altri assistono inermi all’evento e vengono portati in caserma per essere interrogati.
In seguito si scoprirà che Takashi ha fatto parte di un esperimento condotto nel 1988 dal corpo militare giapponese per liberare le capacità psicocinetiche degli esseri umani così da poterle utilizzare durante la guerra.
Kiyoko con il numero 25, Takashi numero 26 e Masaru il numero 27 sono gli unici sopravvissuti a quegli esperimenti, ricerche interrotte dopo che il soggetto più promettente aveva creato un’onda d’energia che aveva distrutto la città. Era il numero 28, Akira.

Adesso la sperimentazione era ricominciata con Tetsuo come unico soggetto di studio.
In poco tempo il sedicenne motociclista sviluppa dei poteri impressionanti, sfugge al controllo dei militari e scappa dall’ospedale dov’era rinchiuso. Vibra nella luce arancione della città, è un lampo carico di rabbia e voglia di riscatto.
Abbagliato da questo immenso potere, Tetsuo ne diventa schiavo, non vuole più essere l’ultimo della compagnia. Non vuole essere secondo a nessuno. Va alla ricerca del laboratorio numero 28 dove si trova la fonte di energia in grado di distruggere e creare la vita, la stanza di Akira.
Situata sotto lo stadio olimpico, li Tetsuo incontra Kaneda e Kai, una ragazza del fronte rivoluzionario, entrambi intenzionati a fermare la sua furia distruttrice, ma, nonostante i loro sforzi, non riescono a impedire che Akira venga risvegliato e il suo potere sprigionato. Tokyo viene nuovamente fatta brillare dal sole della distruzione. Distruggere per poter ricreare, la terra viene purificata.
Grazie a Masaru, Kiyoko e Takashi, Kaneda e Kai vengono materializzati in un posto sicuro, al riparo dall’esplosione, il cielo si copre di nuvole, ma il sole, per la prima volta, splende filtrando dalle nubi scure. Di Akira e Tetsuo rimane soltanto un bagliore che si spegne nelle mani di Kaneda.

Et facta est lux.

L’importanza di Akira trascende il medium stesso, il film riuscì a creare un’iconografia così potente che ancora oggi persiste, è stato frutto di una sperimentazione e progresso che sono stati gli anni 80. Durante i primi anni del decennio videro la luce opere del calibro di Gundam e Macross che hanno aperto la strada agli immaginari del genere fantascientifico, a seguire, a metà degli anni ottanta, viene fondato lo Studio Ghibli (Hayao Miyazaki e Isao Takahata) fornace di film innovativi e qualitativamente eccellenti.
Alla fine di quest’epoca Akira ha risposto alla necessità di un’industria che voleva alzare il livello ancora più in altro, creando così il suo prodotto migliore.

Akira non è soltanto una magnifica opera d’arte, è stato anche il manifesto dell’animazione giapponese in occidente, aprendo definitivamente le porte alla diffusione della cultura anime in America e in Europa.

Articolo e grafica a cura di Alessandro Bogini.