NESSUNO ALLO SPECCHIO

TERZA USCITA

PARTE III

Sylvia Plath

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Da Io sono verticale (1961)

Un’infinita solitudine che è tanto profonda da sembrare antica e mitologica, troppo per essere vissuta in una sola vita. Questo viaggio tra i fiori che dovrebbero somigliarle, ma non si accorgono di lei, nemmeno loro.
Sylvia Plath ha sempre scritto pensieri aperti come ferite, non ha mai tentato di abbellire ciò che sentiva. Una poesia non è solo una poesia, se sincera è un essere umano, è i suoi fluidi, la sua carne, le sue ossa. Per questo viene da pensare la poesia è importante, ma allo stesso può far paura. Bisogna scavare, scavare e scavare dentro di sé e difficilmente, al netto del nostro scheletro, si trova qualcosa di luminoso.
Una volta chiesero a Luigi Tenco: “Perché scrivi solo cose tristi?” e lui gentilmente rispose “Perché quando sono felice esco”.
Leggendo Sylvia Plath si ha come l’impressione di essere imprigionati in un dentro senza uscita, non c’è alcun fuori, lei stessa diventa come un fiore chiuso, un dito ripiegato.

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

Da Lettera d’amore (1960).

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.

NESSUNO ALLO SPECCHIO

TERZA USCITA

PARTE III

Sylvia Plath

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Da Io sono verticale (1961)

Un’infinita solitudine che è tanto profonda da sembrare antica e mitologica, troppo per essere vissuta in una sola vita. Questo viaggio tra i fiori che dovrebbero somigliarle, ma non si accorgono di lei, nemmeno loro.
Sylvia Plath ha sempre scritto pensieri aperti come ferite, non ha mai tentato di abbellire ciò che sentiva. Una poesia non è solo una poesia, se sincera è un essere umano, è i suoi fluidi, la sua carne, le sue ossa. Per questo viene da pensare la poesia è importante, ma allo stesso può far paura. Bisogna scavare, scavare e scavare dentro di sé e difficilmente, al netto del nostro scheletro, si trova qualcosa di luminoso.
Una volta chiesero a Luigi Tenco: “Perché scrivi solo cose tristi?” e lui gentilmente rispose “Perché quando sono felice esco”.
Leggendo Sylvia Plath si ha come l’impressione di essere imprigionati in un dentro senza uscita, non c’è alcun fuori, lei stessa diventa come un fiore chiuso, un dito ripiegato.

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

Da Lettera d’amore (1960).

Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.