NESSUNO ALLO SPECCHIO
QUARTA USCITA
PARTE IV
Sylvia Plath
Si è parlato moltissimo della morte della poetessa, delle ragioni che la spinsero a questo gesto. Solo qualche mese prima veniva pubblicata La campana di vetro, una sorta di presagio di quanto poi sarebbe successo di lì a poco.
C’è chi pensa che la rottura con Hughes e l’incapacità di scrollarsi di dosso quell’amore fallito la spinsero al gesto finale. Di certo c’è che Sylvia fu fragile per tutto il corso della sua esistenza. Ogni sua fibra portava in sé il germe della fine, quel dolore che non lascia alcuno scampo, che non rende più forti, ma fa l’uomo via via più sottile e più inerme. Fino a che non ha più retto e tutto è finito lì, nella sua casa di Londra, quella che, prima di lei, fu di un altro grande poeta: Yeats.
L’amore con Ted Hughes, la fine del loro matrimonio fu di certo una spinta in più per la poetessa per sentire la fine farsi prossima. Molte sicuramente le responsabilità del suo compagno, incapace, per sua stessa ammissione, di prendersi cura di lei.
In una poesia Ted Hughes scrisse:
Lei pianse, implorando conferma – che avesse fiducia in lei, e lui vacillò quando invece avrebbe dovuto afferrare.
Ma non lo fece, non strinse e lei si lasciò cadere.
Riporto qui la cronaca di quelle ultime ore che segnarono la fine di Sylvia Plath, per poi concludere con la poesia finale, l’ultima, una sorta di implorazione, di testamento.
È la mattina dell’11 febbraio del 1963, siamo a Londra. Sylvia si alza prepara pane e burro e due tazze di latte, le lascia sulla tavola per la colazione dei due figli. Scrive la poesia “Orlo” poi sigilla porte e finestre della cucina, accende il forno a gas e ci mette la testa all’interno lasciandosi morire.
Lascio alle parole della sua ultima poesia, Orlo, la chiusa di questo articolo. C’è poco altro da aggiungere se non che la scrisse mentre Nicholas e Frieda, i suoi due figli, dormivano al piano superiore poco prima che la poetessa chiudesse gli occhi e aspettasse che la fine di ogni ricominciare.
La donna ora è perfetta
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
Da Orlo (11 febbraio 1963)
Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.
NESSUNO ALLO SPECCHIO
QUARTA USCITA
PARTE IV
Sylvia Plath
Si è parlato moltissimo della morte della poetessa, delle ragioni che la spinsero a questo gesto. Solo qualche mese prima veniva pubblicata La campana di vetro, una sorta di presagio di quanto poi sarebbe successo di lì a poco.
C’è chi pensa che la rottura con Hughes e l’incapacità di scrollarsi di dosso quell’amore fallito la spinsero al gesto finale. Di certo c’è che Sylvia fu fragile per tutto il corso della sua esistenza. Ogni sua fibra portava in sé il germe della fine, quel dolore che non lascia alcuno scampo, che non rende più forti, ma fa l’uomo via via più sottile e più inerme. Fino a che non ha più retto e tutto è finito lì, nella sua casa di Londra, quella che, prima di lei, fu di un altro grande poeta: Yeats.
L’amore con Ted Hughes, la fine del loro matrimonio fu di certo una spinta in più per la poetessa per sentire la fine farsi prossima. Molte sicuramente le responsabilità del suo compagno, incapace, per sua stessa ammissione, di prendersi cura di lei.
In una poesia Ted Hughes scrisse:
Lei pianse, implorando conferma – che avesse fiducia in lei, e lui vacillò quando invece avrebbe dovuto afferrare.
Ma non lo fece, non strinse e lei si lasciò cadere.
Riporto qui la cronaca di quelle ultime ore che segnarono la fine di Sylvia Plath, per poi concludere con la poesia finale, l’ultima, una sorta di implorazione, di testamento.
È la mattina dell’11 febbraio del 1963, siamo a Londra. Sylvia si alza prepara pane e burro e due tazze di latte, le lascia sulla tavola per la colazione dei due figli. Scrive la poesia “Orlo” poi sigilla porte e finestre della cucina, accende il forno a gas e ci mette la testa all’interno lasciandosi morire.
Lascio alle parole della sua ultima poesia, Orlo, la chiusa di questo articolo. C’è poco altro da aggiungere se non che la scrisse mentre Nicholas e Frieda, i suoi due figli, dormivano al piano superiore poco prima che la poetessa chiudesse gli occhi e aspettasse che la fine di ogni ricominciare.
La donna ora è perfetta
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
Da Orlo (11 febbraio 1963)
Articolo e grafica a cura di Matteo Fiorucci.

