NON SO DIRE
MARIO BENEDETTI
PRIMA USCITA
PARTE I
MARIO BENEDETTI
Morto a causa del Covid-19, il 27 marzo di quest’anno, Mario Benedetti è stato uno dei poeti più importanti del panorama italiano degli ultimi 40 anni. Leggere questo poeta è una sfida complessa, non sul piano linguistico, che al contrario parte dalla terra, ma sul piano emotivo. Benedetti è uno scavatore, un poeta capace di insinuarsi nelle pieghe delle domande più profonde dell’essere umano. Con lui si scende in una miniera che non ha nulla di prezioso se non sé stessa. Per affrontare questo viaggio Benedetti sceglie parole semplici, le più semplici:
“E io vorrei le parole per dire gli occhi
fermati sulla colazione, dire che il pane
è più una cosa che mi nutre di altri giorni di allegria […]”
Come molti poeti quello che Benedetti ricerca è l’aderenza alla realtà, non è un poeta metafisico, non parla dell’universo, ma, partendo dal piccolo, dal minuscolo, tenta l’universale, quello che ci accomuna. Il modo con il quale riesce a farci entrare dentro di sé e dentro di noi è spiazzante, i salti della sua poesia lasciano nudi, un po’ vuoti, un po’ miseri. Eppure c’è qualcosa di vivo dentro le sue parole, una ricerca tutta tesa verso ciò che non si può dire, non si riesce a dire.
“Alla fine mi domando, come poter dire: alla fine.
Dare a un posto un uomo, degli occhi, un cuore, un respiro […]”
Benedetti a volte scrive come fosse un bambino, e lo fa con una consapevolezza spiazzante. Questo rendersi piccolo lo avvicina alle piccole cose, come una lente d’ingrandimento gli permette di cercare più a fondo, sempre più a fondo. Più scende nella sua ricerca, più la luce è minima, le parole si erodono, ne restano poche, precise nette, infrangibili.
La difficoltà del dire quello che si vorrebbe dire, quello che si sente, ma non si riesce a decifrare non con le parole, questo è il fulcro della poesia di Benedetti. Insegue la vicinanza al reale, al momento, e lo fa togliendo tutto ciò che non è strettamente necessario. Torna bambino, torna alla lingua delle poche parole da usare con cura.
“È successo un tempo
ma è come fosse adesso
perché anche adesso è un tempo.”
Prima di concludere con le parole dello stesso Benedetti, vorrei poter dire che esistono moltissimi ottimi poeti, ma che pochi, davvero pochi, riescono a guardare cosa c’è infondo; alcuni ci riescono, ma non sanno raccontarlo; altri ci provano, ma rimane un balbettio, un’interferenza; altri ancora sprofondano e una volta tornati sanno che non potranno dire, ma ci provano lo stesso e trovano parole che attraversano la verità. È per questo che leggerlo può far male, un male profondo, che sembra solo nostro, ed è in quel sembra che Benedetti ha allargato le braccia, nella sua fragilità, come per dire non so dire, ma non sono solo.
Questo è Mario Benedetti:
“Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo avanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.”
Brano consigliato per leggere le poesie di Benedetti: Chet Baker – Estate
Per chi si volesse avvicinare alla poesia di Mario Benedetti segnalo alcune delle sue raccolte: Umana Gloria; Pitture nere su carta; Tersa morte; Questo inizio di noi.
Tutte le poesie sono presenti nel volume Benedetti – Tutte le poesie, edito Garzanti.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.
NON SO DIRE
MARIO BENEDETTI
PRIMA USCITA
PARTE I
MARIO BENEDETTI
Morto a causa del Covid-19, il 27 marzo di quest’anno, Mario Benedetti è stato uno dei poeti più importanti del panorama italiano degli ultimi 40 anni. Leggere questo poeta è una sfida complessa, non sul piano linguistico, che al contrario parte dalla terra, ma sul piano emotivo. Benedetti è uno scavatore, un poeta capace di insinuarsi nelle pieghe delle domande più profonde dell’essere umano. Con lui si scende in una miniera che non ha nulla di prezioso se non sé stessa. Per affrontare questo viaggio Benedetti sceglie parole semplici, le più semplici:
“E io vorrei le parole per dire gli occhi
fermati sulla colazione, dire che il pane
è più una cosa che mi nutre di altri giorni di allegria […]”
Come molti poeti quello che Benedetti ricerca è l’aderenza alla realtà, non è un poeta metafisico, non parla dell’universo, ma, partendo dal piccolo, dal minuscolo, tenta l’universale, quello che ci accomuna. Il modo con il quale riesce a farci entrare dentro di sé e dentro di noi è spiazzante, i salti della sua poesia lasciano nudi, un po’ vuoti, un po’ miseri. Eppure c’è qualcosa di vivo dentro le sue parole, una ricerca tutta tesa verso ciò che non si può dire, non si riesce a dire.
“Alla fine mi domando, come poter dire: alla fine.
Dare a un posto un uomo, degli occhi, un cuore, un respiro […]”
Benedetti a volte scrive come fosse un bambino, e lo fa con una consapevolezza spiazzante. Questo rendersi piccolo lo avvicina alle piccole cose, come una lente d’ingrandimento gli permette di cercare più a fondo, sempre più a fondo. Più scende nella sua ricerca, più la luce è minima, le parole si erodono, ne restano poche, precise nette, infrangibili.
La difficoltà del dire quello che si vorrebbe dire, quello che si sente, ma non si riesce a decifrare non con le parole, questo è il fulcro della poesia di Benedetti. Insegue la vicinanza al reale, al momento, e lo fa togliendo tutto ciò che non è strettamente necessario. Torna bambino, torna alla lingua delle poche parole da usare con cura.
“È successo un tempo
ma è come fosse adesso
perché anche adesso è un tempo.”
Prima di concludere con le parole dello stesso Benedetti, vorrei poter dire che esistono moltissimi ottimi poeti, ma che pochi, davvero pochi, riescono a guardare cosa c’è infondo; alcuni ci riescono, ma non sanno raccontarlo; altri ci provano, ma rimane un balbettio, un’interferenza; altri ancora sprofondano e una volta tornati sanno che non potranno dire, ma ci provano lo stesso e trovano parole che attraversano la verità. È per questo che leggerlo può far male, un male profondo, che sembra solo nostro, ed è in quel sembra che Benedetti ha allargato le braccia, nella sua fragilità, come per dire non so dire, ma non sono solo.
Questo è Mario Benedetti:
“Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo avanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.”
Brano consigliato per leggere le poesie di Benedetti: Chet Baker – Estate
Per chi si volesse avvicinare alla poesia di Mario Benedetti segnalo alcune delle sue raccolte: Umana Gloria; Pitture nere su carta; Tersa morte; Questo inizio di noi.
Tutte le poesie sono presenti nel volume Benedetti – Tutte le poesie, edito Garzanti.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafica di Massimiliano Rrapaj.

