PERIFERICA

SECONDA USCITA

PARTE II

Amazonia è un grido muto

Chiamatelo Karma o come preferite, ma non sembrerà così peregrino il pensiero che un equilibrio sta cercando di ristabilirsi (forse perché non siamo capaci di provvedervi da soli?).
Messo in discussione da un sistema capitalistico che incarna l’imperativo del “produrre!”, lo stesso che fino a pochi mesi fa stava portando al collasso uno dei sistemi ecologici più importanti del nostro pianeta: l’Amazzonia.
Una riflessione ricorrente è quella del “non dare per scontato”, tutt’altro che retorica, un umanista come Salgado è un ottimo esempio da prendere a riferimento: egli sa guardare alla complessità, alle sfaccettature, va in profondità della natura e della natura umana, come vanno in profondità i suoi scatti di popolazioni, come quella degli Awà, che abitano l’Amazzonia, con cui entra in contatto diretto per un lungo periodo.
Aiuterà a comprendere la sua impostazione leggere un passo tratto da un suo capolavoro documentato in Italia con mostre e con il volume “In cammino”, progetto su migrazioni e inurbamento ideato e concepito graficamente dalla moglie Lelia Wanick Salgado, con cui condivide costantemente il lavoro.

Scrive Salgado: «Dopo che l’America centrale era stata devastata, nel 1998, dall’uragano Mitch, ho visitato un villaggio dell’Honduras distrutto da valanghe e inondazioni. Ho chiesto agli abitanti se quello fosse stato il più grave uragano che avessero mai visto. Alcuni, più anziani, ne ricordavano uno simile, avvenuto negli anni Trenta. Quello però, dissero, aveva provocato danni minori, perché a quel tempo le colline circostanti erano coperte di alberi che trattenevano l’acqua. Dunque, è stata la mano dell’uomo a trasformare, nel 1998, un fenomeno naturale in una tragedia».
Impressiona leggere questo passaggio, perché potremmo applicarlo alle devastazioni in Italia, disastri provocati in realtà dall’incuria, dall’abusivismo edilizio, dal permissivismo sul costruire laddove è pericoloso. Amareggia, inoltre, leggere il passo successivo sull’Amazzonia di cui i media hanno tanto parlato mentre andava a fuoco e il presidente Bolsonaro con i suoi sostenitori di tutta risposta ballavano allegramente sulla cenere.

Continua il fotografo: «Analogamente, la colpa della decimazione incessante delle tribù indios del Brasile viene abitualmente attribuita alla miriade di minatori che, senza un padrone, cercano l’oro, ma la verità è più complessa: molti di questi sono contadini poveri, senza terre da coltivare, in un paese dove esistono vasti appezzamenti privati improduttivi. Quindi in Brasile, come in molti paesi dell’America latina, sono la concentrazione della proprietà terriera e l’agricoltura meccanizzata a provocare l’esodo dalle campagne; il sistema distorto di proprietà fondiaria è sostenuto a sua volta da strutture economiche e politiche che perpetuano lo status quo.
In una reazione a catena dove una causa alimenta e genera un determinato effetto tutti i problemi sono interconnessi e nessuno può essere risolto separatamente».
Parla così Salgado della sua terra, che troppo spesso ci dimentichiamo essere anche nostra.
Amazonia è un grido muto che invita l’umanità tutta a ribellarsi al proprio suicidio.

Articolo a cura di Arturo Gallone
Grafica di Luigi Mameli

PERIFERICA

SECONDA USCITA

PARTE II

Amazonia è un grido muto

Chiamatelo Karma o come preferite, ma non sembrerà così peregrino il pensiero che un equilibrio sta cercando di ristabilirsi (forse perché non siamo capaci di provvedervi da soli?).
Messo in discussione da un sistema capitalistico che incarna l’imperativo del “produrre!”, lo stesso che fino a pochi mesi fa stava portando al collasso uno dei sistemi ecologici più importanti del nostro pianeta: l’Amazzonia.
Una riflessione ricorrente è quella del “non dare per scontato”, tutt’altro che retorica, un umanista come Salgado è un ottimo esempio da prendere a riferimento: egli sa guardare alla complessità, alle sfaccettature, va in profondità della natura e della natura umana, come vanno in profondità i suoi scatti di popolazioni, come quella degli Awà, che abitano l’Amazzonia, con cui entra in contatto diretto per un lungo periodo.
Aiuterà a comprendere la sua impostazione leggere un passo tratto da un suo capolavoro documentato in Italia con mostre e con il volume “In cammino”, progetto su migrazioni e inurbamento ideato e concepito graficamente dalla moglie Lelia Wanick Salgado, con cui condivide costantemente il lavoro.

Scrive Salgado: «Dopo che l’America centrale era stata devastata, nel 1998, dall’uragano Mitch, ho visitato un villaggio dell’Honduras distrutto da valanghe e inondazioni. Ho chiesto agli abitanti se quello fosse stato il più grave uragano che avessero mai visto. Alcuni, più anziani, ne ricordavano uno simile, avvenuto negli anni Trenta. Quello però, dissero, aveva provocato danni minori, perché a quel tempo le colline circostanti erano coperte di alberi che trattenevano l’acqua. Dunque, è stata la mano dell’uomo a trasformare, nel 1998, un fenomeno naturale in una tragedia».
Impressiona leggere questo passaggio, perché potremmo applicarlo alle devastazioni in Italia, disastri provocati in realtà dall’incuria, dall’abusivismo edilizio, dal permissivismo sul costruire laddove è pericoloso. Amareggia, inoltre, leggere il passo successivo sull’Amazzonia di cui i media hanno tanto parlato mentre andava a fuoco e il presidente Bolsonaro con i suoi sostenitori di tutta risposta ballavano allegramente sulla cenere.

Continua il fotografo: «Analogamente, la colpa della decimazione incessante delle tribù indios del Brasile viene abitualmente attribuita alla miriade di minatori che, senza un padrone, cercano l’oro, ma la verità è più complessa: molti di questi sono contadini poveri, senza terre da coltivare, in un paese dove esistono vasti appezzamenti privati improduttivi. Quindi in Brasile, come in molti paesi dell’America latina, sono la concentrazione della proprietà terriera e l’agricoltura meccanizzata a provocare l’esodo dalle campagne; il sistema distorto di proprietà fondiaria è sostenuto a sua volta da strutture economiche e politiche che perpetuano lo status quo.
In una reazione a catena dove una causa alimenta e genera un determinato effetto tutti i problemi sono interconnessi e nessuno può essere risolto separatamente».
Parla così Salgado della sua terra, che troppo spesso ci dimentichiamo essere anche nostra.
Amazonia è un grido muto che invita l’umanità tutta a ribellarsi al proprio suicidio.