MARK STRAND: POESIA DAL BUIO

POESIA DAL BUIO – SECONDA USCITA

il solletico dell’invisibile

MARK STRAND

Tutto nella sua poesia è una sorta di solletico dell’invisibile sulla pelle del mondo. È un costante scambio di tocchi e rintocchi, che portano ad echi e riverberi. Tutto poi, si traduce in immagine, tutto compare o occhieggiando dal buio o risalendo al pieno della luce.
Non è semplice spiegare un poeta che fa dell’oscurità e dell’indeterminatezza le sue parole chiave. Eppure Strand tocca questi temi con un fare infantile, nel senso migliore del termine, il mondo è ancora da scoprire. È per questo che il poeta interroga con la stessa umana delicatezza tutto ciò che incontra, tutto è degno di pari dignità in questo mescolamento di uomini e cose.

E come potrebbe essere altrimenti?!

La poesia di Strand è fatta di trasparenze, di tutto ciò che c’è, forse e che forse, potrebbe anche non esserci. Tutto è parificato nella dignità dell’istante.
Tutto ciò nella vaga luce che ingiallisce, che si fa fioca nell’ora che precede il buio; niente di questo ha valore se non per il piacere che produce, ingigantendo un istante e in fin dei conti facendolo apparire come se fosse vero.

Quasi invisibile – 2014
Quasi il paradigma del teatro il come se…fosse vero. Mark Strand è un poeta del tempo, della sua indeterminatezza e dell’inafferrabilità. Nella sua poesia tutto procede in una direzione ben chiara che è quella della morte. Non c’è tuttavia l’abbandono ad un nichilismo emotivo, è ovvio che la speranza non può cadere che nel qui ed ora, non c’è altro spazio-tempo, c’è quello che c’è e non potrebbe andare peggio di così, ma neanche meglio di così.
Se i concetti di passato e di futuro non hanno più alcun motivo d’essere ecco che scompare qualcos’altro: l’identità come somma delle parti.
L’identità non esiste più come accumulazione di passato e futuro, ma solo come somma aleatoria di istanti. Niente rende statica la natura delle cose, nemmeno il nostro esserci, che passa com’è giusto, come tutto il resto.
Fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino.
Le piante possono piegarsi o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono.

Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso pare che aspettiamo
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o una
foglia sola,
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro laggiù
non dice altro, e non è stato affatto scritto con in mente noi.

Il futuro non è più quello di una volta – 2006

Articolo e grafica di Matteo Fiorucci.

MARK STRAND: POESIA DAL BUIO

POESIA DAL BUIO – SECONDA USCITA

il solletico dell’invisibile

MARK STRAND

Tutto nella sua poesia è una sorta di solletico dell’invisibile sulla pelle del mondo. È un costante scambio di tocchi e rintocchi, che portano ad echi e riverberi. Tutto poi, si traduce in immagine, tutto compare o occhieggiando dal buio o risalendo al pieno della luce.
Non è semplice spiegare un poeta che fa dell’oscurità e dell’indeterminatezza le sue parole chiave. Eppure Strand tocca questi temi con un fare infantile, nel senso migliore del termine, il mondo è ancora da scoprire. È per questo che il poeta interroga con la stessa umana delicatezza tutto ciò che incontra, tutto è degno di pari dignità in questo mescolamento di uomini e cose.

E come potrebbe essere altrimenti?!

La poesia di Strand è fatta di trasparenze, di tutto ciò che c’è, forse e che forse, potrebbe anche non esserci. Tutto è parificato nella dignità dell’istante.
Tutto ciò nella vaga luce che ingiallisce, che si fa fioca nell’ora che precede il buio; niente di questo ha valore se non per il piacere che produce, ingigantendo un istante e in fin dei conti facendolo apparire come se fosse vero.

Quasi invisibile – 2014
Quasi il paradigma del teatro il come se…fosse vero. Mark Strand è un poeta del tempo, della sua indeterminatezza e dell’inafferrabilità. Nella sua poesia tutto procede in una direzione ben chiara che è quella della morte. Non c’è tuttavia l’abbandono ad un nichilismo emotivo, è ovvio che la speranza non può cadere che nel qui ed ora, non c’è altro spazio-tempo, c’è quello che c’è e non potrebbe andare peggio di così, ma neanche meglio di così.
Se i concetti di passato e di futuro non hanno più alcun motivo d’essere ecco che scompare qualcos’altro: l’identità come somma delle parti.
L’identità non esiste più come accumulazione di passato e futuro, ma solo come somma aleatoria di istanti. Niente rende statica la natura delle cose, nemmeno il nostro esserci, che passa com’è giusto, come tutto il resto.
Fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento è sentire l’inafferrabile “qualche luogo” farsi vicino.
Le piante possono piegarsi o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono.

Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso pare che aspettiamo
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire –
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o una
foglia sola,
o meno. Non c’è fine a quanto possiamo imparare. Il libro laggiù
non dice altro, e non è stato affatto scritto con in mente noi.

Il futuro non è più quello di una volta – 2006

Articolo e grafica di Matteo Fiorucci.