IL BUCO SIAMO NOI
IL BUCO
“Il buco” di Galder Gaztelu-Urrutia
Non mi capita più molto spesso di vedere un film e pensare e sentire che c’è più realtà dentro lo schermo che al di fuori. Questo anche perché spesso, troppo spesso, i film (o la maggior parte di quelli che vediamo) servono a sedurci e sedarci, distanziandoci dalla realtà, “Il Buco” non è questo genere di film, per questo credo sia interessante fermarsi un secondo per rifletterci su.
Partiamo dalla trama (senza dare anticipazioni):
Siamo in un enorme edificio che si struttura verticalmente, ogni mese un uomo si sveglia in una stanza, all’interno di un livello diverso da quello precedente, con una persona sconosciuta. Gli abitanti o detenuti, possono alimentarsi per mezzo di una piattaforma che progressivamente discende attraverso i livelli della torre.
Ogni prigioniero è tenuto a prendere la porzione di cibo necessaria a sopravvivere ma, come si può immaginare, i privilegiati dei primi piani non si curano di chi è al di sotto.
La sopravvivenza di chi è ai piani sottostanti dipende dalla scelta di chi popola ogni livello.
Questa è l’idea, semplice, lineare, verticale come una torre. Ma perché un’idea così semplice risulta così efficace e sorprendente?
Perché “Il Buco” è un esperimento sociale, capace di dirci qualcosa di più sulla nostra stessa natura. Questo film ricorda da vicino gli esperimenti del ‘900 di Pavlov e Skinner, ma stavolta in gabbia non ci sono più topi, ma esseri umani e c’è differenza?
No.
Supponiamo di trovarci in questa torre, immaginiamo di sapere che ogni mese potremmo mangiare oppure no. Cosa succederebbe? Immaginate di essere ad un livello per il quale, per un mese intero, l’unico cibo alla vostra portata è il vostro compagno di stanza, lo mangereste?
Alcuni di voi penseranno “certo che no”, altri diranno “se è a rischio la mia vita direi di sì”, in entrambi i casi, ne siamo davvero così certi?
Chi risponde di no, come è normale, lo fa perché mai ha sentito il morso della fame che dura da mesi, nessuno di noi sa cosa significhi avere fame, un istinto così semplice, banale e proprio questo uno dei più profondi e archetipici della nostra natura.
Chi dice di sì invece pensi, davvero sareste disposti ad affondare le mani, le labbra e i denti nel corpo di un altro essere umano?
Ecco uno degli aspetti affascinanti de “Il buco”, che alcuni vedono come fantascientifico: non possiamo rispondere alla domanda che il film ci pone e non possiamo farlo perché viviamo, consapevoli o meno, la stessa identica condizione, viviamo nella stessa torre.
Immaginiamolo così: ai primi livelli della torre c’è una grossa fetta di popolazione che abita principalmente in quello che noi ci ostiniamo a chiamare Primo Mondo; un mondo nel quale il cibo è cosa ovvia e si vive di lusso, il mondo nel quale, per un privilegio del tutto fortuito, viviamo noi; poi viene il Secondo Mondo (livelli intermedi), nel quale vive chi, tra varie difficoltà, riesce comunque a sopravvivere e andare avanti;
più sotto ancora, il famoso Terzo Mondo (livelli bassi), che tutti dovremmo conoscere bene.
Tutti sappiamo o potremmo sapere che ogni giorno nel mondo muoiono 24.000 persone per fame o patologie legate alla malnutrizione, sono circa 800 milioni le persone che vivono in questa condizione. Eppure oggi butterò via dal mio piatto degli avanzi, riempirò il secchio della spazzatura di tutto quel di più, di tutta quella eccedenza che forse avrebbe potuto salvare uno o più di quei 24.000 che, nel frattempo, stanno morendo di fame.
Sono un assassino?
No, certo che no, così va il mondo no? Il mondo capitalista, della sovrapproduzione che abbiamo scelto e sposato e che ci rende felici (ma davvero ci rende felici?).
L’aspetto più tragico del film è uno: è che pur sapendo, l’uomo sbaglia, sa di sbagliare e sceglierà di farlo lo stesso. Noi non ci svegliamo ogni mese in un livello di mondo diverso, e la constatazione più spaventosa è che, anche qualora potessimo, continueremmo comunque a persistere nell’errore perché vale la legge del “meglio a te che a me”; senza pensare che il mondo non è una torre verticale, ma quasi una sfera, e che la terra gira, quindi chissà domani.
Siamo Madre Coraggio di Bertolt Brecht, siamo I ciechi di Maeterlinck, esseri incapaci di imparare dai nostri errori. E allora, quantomeno, diamo un’occhiata a questo film, che ci lascia intravedere e magari pensare a quanti lottano per sopravvivere “al di sotto”, giù nel buco, il buco che siamo noi.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafiche di Luigi Mameli.
IL BUCO SIAMO NOI
IL BUCO
“Il buco” di Galder Gaztelu-Urrutia
Non mi capita più molto spesso di vedere un film e pensare e sentire che c’è più realtà dentro lo schermo che al di fuori. Questo anche perché spesso, troppo spesso, i film (o la maggior parte di quelli che vediamo) servono a sedurci e sedarci, distanziandoci dalla realtà, “Il Buco” non è questo genere di film, per questo credo sia interessante fermarsi un secondo per rifletterci su.
Partiamo dalla trama (senza dare anticipazioni):
Siamo in un enorme edificio che si struttura verticalmente, ogni mese un uomo si sveglia in una stanza, all’interno di un livello diverso da quello precedente, con una persona sconosciuta. Gli abitanti o detenuti, possono alimentarsi per mezzo di una piattaforma che progressivamente discende attraverso i livelli della torre.
Ogni prigioniero è tenuto a prendere la porzione di cibo necessaria a sopravvivere ma, come si può immaginare, i privilegiati dei primi piani non si curano di chi è al di sotto.
La sopravvivenza di chi è ai piani sottostanti dipende dalla scelta di chi popola ogni livello.
Questa è l’idea, semplice, lineare, verticale come una torre. Ma perché un’idea così semplice risulta così efficace e sorprendente?
Perché “Il Buco” è un esperimento sociale, capace di dirci qualcosa di più sulla nostra stessa natura. Questo film ricorda da vicino gli esperimenti del ‘900 di Pavlov e Skinner, ma stavolta in gabbia non ci sono più topi, ma esseri umani e c’è differenza?
No.
Supponiamo di trovarci in questa torre, immaginiamo di sapere che ogni mese potremmo mangiare oppure no. Cosa succederebbe? Immaginate di essere ad un livello per il quale, per un mese intero, l’unico cibo alla vostra portata è il vostro compagno di stanza, lo mangereste?
Alcuni di voi penseranno “certo che no”, altri diranno “se è a rischio la mia vita direi di sì”, in entrambi i casi, ne siamo davvero così certi?
Chi risponde di no, come è normale, lo fa perché mai ha sentito il morso della fame che dura da mesi, nessuno di noi sa cosa significhi avere fame, un istinto così semplice, banale e proprio questo uno dei più profondi e archetipici della nostra natura.
Chi dice di sì invece pensi, davvero sareste disposti ad affondare le mani, le labbra e i denti nel corpo di un altro essere umano?
Ecco uno degli aspetti affascinanti de “Il buco”, che alcuni vedono come fantascientifico: non possiamo rispondere alla domanda che il film ci pone e non possiamo farlo perché viviamo, consapevoli o meno, la stessa identica condizione, viviamo nella stessa torre.
Immaginiamolo così: ai primi livelli della torre c’è una grossa fetta di popolazione che abita principalmente in quello che noi ci ostiniamo a chiamare Primo Mondo; un mondo nel quale il cibo è cosa ovvia e si vive di lusso, il mondo nel quale, per un privilegio del tutto fortuito, viviamo noi; poi viene il Secondo Mondo (livelli intermedi), nel quale vive chi, tra varie difficoltà, riesce comunque a sopravvivere e andare avanti;
più sotto ancora, il famoso Terzo Mondo (livelli bassi), che tutti dovremmo conoscere bene.
Tutti sappiamo o potremmo sapere che ogni giorno nel mondo muoiono 24.000 persone per fame o patologie legate alla malnutrizione, sono circa 800 milioni le persone che vivono in questa condizione. Eppure oggi butterò via dal mio piatto degli avanzi, riempirò il secchio della spazzatura di tutto quel di più, di tutta quella eccedenza che forse avrebbe potuto salvare uno o più di quei 24.000 che, nel frattempo, stanno morendo di fame.
Sono un assassino?
No, certo che no, così va il mondo no? Il mondo capitalista, della sovrapproduzione che abbiamo scelto e sposato e che ci rende felici (ma davvero ci rende felici?).
L’aspetto più tragico del film è uno: è che pur sapendo, l’uomo sbaglia, sa di sbagliare e sceglierà di farlo lo stesso. Noi non ci svegliamo ogni mese in un livello di mondo diverso, e la constatazione più spaventosa è che, anche qualora potessimo, continueremmo comunque a persistere nell’errore perché vale la legge del “meglio a te che a me”; senza pensare che il mondo non è una torre verticale, ma quasi una sfera, e che la terra gira, quindi chissà domani.
Siamo Madre Coraggio di Bertolt Brecht, siamo I ciechi di Maeterlinck, esseri incapaci di imparare dai nostri errori. E allora, quantomeno, diamo un’occhiata a questo film, che ci lascia intravedere e magari pensare a quanti lottano per sopravvivere “al di sotto”, giù nel buco, il buco che siamo noi.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafiche di Luigi Mameli.

