SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

PRIMA USCITA

La ricerca spirituale

Carl Theodor Dreyer

Il cinema è da sempre stato un insieme di debolezze e desideri senza precedenti, capace di cercare ragioni dove ragioni non ve ne sono. Cosa pensiamo quando guardiamo un film? Cosa ci solletica diverse emozioni? Basta così poco per essere soggiogati da delle immagini in movimento?
Taglierò corto, la risposta è indubbiamente sì.
Non è colpa vostra, ma dei vostri vissuti, delle persone a voi care, delle domande che vi ponete ogni giorno, delle cose in cui credete.
Un regista ha il compito morale di intrattenere essendo motivato da ragioni personali inconsce che lo portano ad indagare stanze di una casa che non possiede.
Bertolucci affermava che ricorderemo il mondo attraverso il cinema, mentre Fellini sosteneva che non voleva dimostrare niente, ma solo mostrare. Questo mostrare senza spiegazioni è un tema molto forte nel cinema danese. Ed è proprio in questo cinema che analizzeremo quattro registi differenti per scoprire un diverso modo di approcciarsi alla Settima Arte nonostante si condivida una cosa così grande come la nazionalità. Ogni singolo essere umano è guidato da un passato differente che ne caratterizza la necessità di raccontarsi e raccontare lo spazio circostante attraverso i propri vissuti.
Perché il cinema danese, direte voi? La risposta è semplice, il popolo danese ha spesso ricercato risposte alle domande: “Perché esistiamo?”, “Cosa proviamo?”.
Caposaldo dell’esistenzialismo è Søren Kierkegaard, non a caso filosofo danese. Nei quattro registi che andremo ad esplorare, tutti di cinema d’autore, questa ricerca spasmodica di verità è indubbiamente un tratto distintivo.

Il primo che andremo ad approfondire è Carl Theodor Dreyer (1889-1968), un regista e sceneggiatore a cavallo tra film muti e sonori, capace di superare i propri limiti e le diverse tematiche di un passato tormentato. Figlio illegittimo di una governante svedese che lo diede a un orfanotrofio, girò ben sette famiglie in due anni prima di trovare un nido infelice nella famiglia Dreyer, che lo tenne sempre a debita distanza, senza mai farlo entrare veramente nella famiglia.
Il suo stile, senza nessun compromesso commerciale, cosa sempre aborrita dal regista, risente del proprio passato travagliato ed è in costante ricerca di motivi alla base dell’esistenza quali l’amore, la morte e soprattutto la fede. Difatti Dreyer si caratterizza quasi per l’ascetica ricerca di risposte umane a domande a cui nessuno può far fronte.
Questo suo stile, specialmente nel periodo storico in cui il realismo e la spensieratezza facevano da padrone, non lo renderà mai un regista per il grande pubblico, ma un maestro per altri colleghi che ne seguiranno le orme, gli stessi che analizzeremo nei prossimi articoli.
Carl Theodor Dreyer utilizzò lo strumento cinematografico per ricercare una propria fede all’interno di un mondo che l’aveva scomunicato fin dalla nascita. La sua prima esperienza in questo settore fu possibile grazie alla Nordisk Films Kompagni che gli affidò la regia di un film a seguito di numerosi articoli e revisioni di sceneggiature negli anni precedenti.
Il primo lungometraggio “Præsidenten” (1919) non gli garantì né fama né lodi. Ma era la prima volta che quest’uomo cresciuto fra grandi rancori impugnava una macchina da presa, e farlo consente l’esplorazione dei nostri segreti più intimi, anche quelli meno onesti e sinceri.

La particolarità di questo regista risiede spesso nel mutare opinione e considerazione con il passare degli anni, senza rimanere mai statico e legato a convinzioni, ma modificando i propri messaggi e i propri quesiti nel corso della sua vita, come un esistenzialista che coopera con un fiume in continuo divenire. La sua fu una vera e propria ricerca ascetica di una decifrazione della spiritualità e di Dio: una sorta di romantico temporale alla ricerca di una propria morale, essendo cresciuto senza valori e senza affetti.
Il lungometraggio che lo consacrò definitivamente fu “La Passione di Giovanna D’Arco” (1928).
Un film spirituale, pieno di simboli e croci ovunque, nei fasci di luce, nei pezzi di legno nel fuoco, nelle inquadrature e addirittura nei fuscelli di paglia. Una ricerca continua, di una decifrazione, di un’immedesimazione dell’attrice, Renée Falconetti che sacrificò corpo e mente a questo realismo incorporeo. L’attrice stessa si immedesimò così tanto nel processo creativo di Dreyer cercando di decifrarne la realtà. La Giovanna D’Arco recitata dalla Falconetti rasenta un Gesù Cristo, solo, immolatosi per il bene comune.
Completamente opposto fu uno dei lungometraggi che seguì questa “cristianità”, la pellicola “Vampyr”(1932), un mero viaggio all’interno dell’oscuro e del gotico in cui il regista abbandona la fede per esplorare il male, inteso come un’entità astratta che non può essere combattuta.
Il lungometraggio lo portò quasi alla pazzia, lasciandolo per anni a girovagare per le strade cercando risposte a un’entità in cui era sprofondato nel proprio film.

Tornò a dirigere dopo numerosi anni, “Dies Irae” (1943), un film dove riprese temi cari visti in “La passione di Giovanna D’Arco” come la condanna all’intolleranza e soprattutto la condizione sociale in cui una persona deve nascere e morire, spesso senza neanche essere accettata dalla società stessa. Si può scappare da dove veniamo solo morendo o isolandosi, in nessun altro modo. Il mondo di questa pellicola è un mondo chiuso: il male regna sovrano ma la bellezza ne salverà le sorti.
Concludiamo il viaggio nei lungometraggi di Dreyer citando il film che gli valse il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1955, “Ordet – La Parola”.
In questo capolavoro cinematografico il regista, dopo pellicole come “Vampyr” e “Dies Irae” che vedono il male dominare il mondo, torna ad avere una visione positiva e spirituale in cui Dio risorge e porta una speranza. Il suo uso dei chiaroscuri verrà paragonato spesso a pittori come Vermeer e Rembrandt, ricercando continuamente una verità negli occhi dei primi piani lenti e stabili.
Va sottolineato come al regista non importasse una risposta chiara ed efficace, bensì il mezzo cinematografico garantiva una preghiera continua, come se il peggio fosse sempre in agguato.
La morte torna come via di salvezza, una scorciatoia alle indignazioni in contrasto con una società fin troppo distante da lui. Questo capolavoro, testamento spirituale di Dreyer, viene inserito spesso da critici e specialisti settore tra le migliori pellicole realizzate nella storia del cinema.
Dreyer, ascetico regista della ricerca spirituale, fiducioso in un mondo che lo aveva diseredato fin dalla nascita, tese la propria regia alla ricerca di una verità irraggiungibile, e forse fu questo il suo intento. Credere per credere, non credere per vedere, altrimenti sarebbe fin troppo semplice, non trovate?
La sua genialità e ricercatezza nelle immagini, nei temi e nelle situazioni verrà usata come spunto da molti registi che lo seguiranno e che andremo ad analizzare nei prossimi articoli.
Chiudo questa riflessione intorno a quest’uomo con una sua citazione:
“L’essenza più intima del cinema è un bisogno di verità”.
La stessa verità che un uomo cerca per tutta la vita, in una direzione sempre devota a una fede mai effimera, ma sempre eterea. La verità che non può essere raggiunta ma solo impersonificata da metri e metri di pellicole e di sogni di un regista devoto al proprio compito.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Luigi Mameli.

SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

PRIMA USCITA

La ricerca spirituale

Carl Theodor Dreyer

Il cinema è da sempre stato un insieme di debolezze e desideri senza precedenti, capace di cercare ragioni dove ragioni non ve ne sono. Cosa pensiamo quando guardiamo un film? Cosa ci solletica diverse emozioni? Basta così poco per essere soggiogati da delle immagini in movimento?
Taglierò corto, la risposta è indubbiamente sì.
Non è colpa vostra, ma dei vostri vissuti, delle persone a voi care, delle domande che vi ponete ogni giorno, delle cose in cui credete.
Un regista ha il compito morale di intrattenere essendo motivato da ragioni personali inconsce che lo portano ad indagare stanze di una casa che non possiede.
Bertolucci affermava che ricorderemo il mondo attraverso il cinema, mentre Fellini sosteneva che non voleva dimostrare niente, ma solo mostrare. Questo mostrare senza spiegazioni è un tema molto forte nel cinema danese. Ed è proprio in questo cinema che analizzeremo quattro registi differenti per scoprire un diverso modo di approcciarsi alla Settima Arte nonostante si condivida una cosa così grande come la nazionalità. Ogni singolo essere umano è guidato da un passato differente che ne caratterizza la necessità di raccontarsi e raccontare lo spazio circostante attraverso i propri vissuti.
Perché il cinema danese, direte voi? La risposta è semplice, il popolo danese ha spesso ricercato risposte alle domande: “Perché esistiamo?”, “Cosa proviamo?”.
Caposaldo dell’esistenzialismo è Søren Kierkegaard, non a caso filosofo danese. Nei quattro registi che andremo ad esplorare, tutti di cinema d’autore, questa ricerca spasmodica di verità è indubbiamente un tratto distintivo.

Il primo che andremo ad approfondire è Carl Theodor Dreyer (1889-1968), un regista e sceneggiatore a cavallo tra film muti e sonori, capace di superare i propri limiti e le diverse tematiche di un passato tormentato. Figlio illegittimo di una governante svedese che lo diede a un orfanotrofio, girò ben sette famiglie in due anni prima di trovare un nido infelice nella famiglia Dreyer, che lo tenne sempre a debita distanza, senza mai farlo entrare veramente nella famiglia.
Il suo stile, senza nessun compromesso commerciale, cosa sempre aborrita dal regista, risente del proprio passato travagliato ed è in costante ricerca di motivi alla base dell’esistenza quali l’amore, la morte e soprattutto la fede. Difatti Dreyer si caratterizza quasi per l’ascetica ricerca di risposte umane a domande a cui nessuno può far fronte.
Questo suo stile, specialmente nel periodo storico in cui il realismo e la spensieratezza facevano da padrone, non lo renderà mai un regista per il grande pubblico, ma un maestro per altri colleghi che ne seguiranno le orme, gli stessi che analizzeremo nei prossimi articoli.
Carl Theodor Dreyer utilizzò lo strumento cinematografico per ricercare una propria fede all’interno di un mondo che l’aveva scomunicato fin dalla nascita. La sua prima esperienza in questo settore fu possibile grazie alla Nordisk Films Kompagni che gli affidò la regia di un film a seguito di numerosi articoli e revisioni di sceneggiature negli anni precedenti.
Il primo lungometraggio “Præsidenten” (1919) non gli garantì né fama né lodi. Ma era la prima volta che quest’uomo cresciuto fra grandi rancori impugnava una macchina da presa, e farlo consente l’esplorazione dei nostri segreti più intimi, anche quelli meno onesti e sinceri.

La particolarità di questo regista risiede spesso nel mutare opinione e considerazione con il passare degli anni, senza rimanere mai statico e legato a convinzioni, ma modificando i propri messaggi e i propri quesiti nel corso della sua vita, come un esistenzialista che coopera con un fiume in continuo divenire. La sua fu una vera e propria ricerca ascetica di una decifrazione della spiritualità e di Dio: una sorta di romantico temporale alla ricerca di una propria morale, essendo cresciuto senza valori e senza affetti.
Il lungometraggio che lo consacrò definitivamente fu “La Passione di Giovanna D’Arco” (1928).
Un film spirituale, pieno di simboli e croci ovunque, nei fasci di luce, nei pezzi di legno nel fuoco, nelle inquadrature e addirittura nei fuscelli di paglia. Una ricerca continua, di una decifrazione, di un’immedesimazione dell’attrice, Renée Falconetti che sacrificò corpo e mente a questo realismo incorporeo. L’attrice stessa si immedesimò così tanto nel processo creativo di Dreyer cercando di decifrarne la realtà. La Giovanna D’Arco recitata dalla Falconetti rasenta un Gesù Cristo, solo, immolatosi per il bene comune.
Completamente opposto fu uno dei lungometraggi che seguì questa “cristianità”, la pellicola “Vampyr”(1932), un mero viaggio all’interno dell’oscuro e del gotico in cui il regista abbandona la fede per esplorare il male, inteso come un’entità astratta che non può essere combattuta.
Il lungometraggio lo portò quasi alla pazzia, lasciandolo per anni a girovagare per le strade cercando risposte a un’entità in cui era sprofondato nel proprio film.

Tornò a dirigere dopo numerosi anni, “Dies Irae” (1943), un film dove riprese temi cari visti in “La passione di Giovanna D’Arco” come la condanna all’intolleranza e soprattutto la condizione sociale in cui una persona deve nascere e morire, spesso senza neanche essere accettata dalla società stessa. Si può scappare da dove veniamo solo morendo o isolandosi, in nessun altro modo. Il mondo di questa pellicola è un mondo chiuso: il male regna sovrano ma la bellezza ne salverà le sorti.
Concludiamo il viaggio nei lungometraggi di Dreyer citando il film che gli valse il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1955, “Ordet – La Parola”.
In questo capolavoro cinematografico il regista, dopo pellicole come “Vampyr” e “Dies Irae” che vedono il male dominare il mondo, torna ad avere una visione positiva e spirituale in cui Dio risorge e porta una speranza. Il suo uso dei chiaroscuri verrà paragonato spesso a pittori come Vermeer e Rembrandt, ricercando continuamente una verità negli occhi dei primi piani lenti e stabili.
Va sottolineato come al regista non importasse una risposta chiara ed efficace, bensì il mezzo cinematografico garantiva una preghiera continua, come se il peggio fosse sempre in agguato.
La morte torna come via di salvezza, una scorciatoia alle indignazioni in contrasto con una società fin troppo distante da lui. Questo capolavoro, testamento spirituale di Dreyer, viene inserito spesso da critici e specialisti settore tra le migliori pellicole realizzate nella storia del cinema.
Dreyer, ascetico regista della ricerca spirituale, fiducioso in un mondo che lo aveva diseredato fin dalla nascita, tese la propria regia alla ricerca di una verità irraggiungibile, e forse fu questo il suo intento. Credere per credere, non credere per vedere, altrimenti sarebbe fin troppo semplice, non trovate?
La sua genialità e ricercatezza nelle immagini, nei temi e nelle situazioni verrà usata come spunto da molti registi che lo seguiranno e che andremo ad analizzare nei prossimi articoli.
Chiudo questa riflessione intorno a quest’uomo con una sua citazione:
“L’essenza più intima del cinema è un bisogno di verità”.
La stessa verità che un uomo cerca per tutta la vita, in una direzione sempre devota a una fede mai effimera, ma sempre eterea. La verità che non può essere raggiunta ma solo impersonificata da metri e metri di pellicole e di sogni di un regista devoto al proprio compito.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Luigi Mameli.