SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

SECONDA USCITA

DOGMA 95

Thomas Vinterberg

Nel corso dell’utilizzo di un mezzo di comunicazione esistono varie fasi che ne scandiscono l’evoluzione e l’orientamento sia artistico che di fruizione. Come internet, la televisione e la musica si sono evolute godendo di movimenti e pensieri innovativi, anche il cinema ha avuto diverse tappe importanti che ne hanno scandito il progressivo sviluppo.
Senza addentrarci nelle varie correnti di credo e pensiero artistico, oggi ci soffermeremo su una in particolare, nata in Danimarca nel 1995, il Dogma fondato da un regista che abbiamo già preso in considerazione, Lars von Trier, e da Thomas Vinterberg, di cui analizzeremo le opere principali.
Il Dogma 95 è un breve manifesto che richiama in qualche forma il concetto luterano: viene fondato a Copenaghen il 13 marzo 1995, ed è suddiviso in una prima parte più programmatica e una seconda in cui ritroviamo le dieci regole che un regista deve seguire per compiere un vero e proprio “atto di salvataggio” del mezzo cinematografico.
Questo atto doveva contrapporsi alla tendenza banalizzante del cinema di quel periodo, generando prodotti in cui la serietà, l’autoironia, il rigore artistico e la genialità convivevano senza prendere il sopravvento tra loro.
La volontà alla base di questa nuova corrente di pensiero era l’accentuazione dell’importanza dell’avanguardia in un momento in cui una sorta di “tempesta tecnologica” appiattiva i prodotti e rendeva possibile a tutti realizzare film. L’avanguardia intesa come elemento trainante di pensieri e riflessioni esuli da banalità e costruzioni troppo fittizie.
Il manifesto richiama addirittura il cinema degli anni ’60, dichiarando apertamente come gli ideali e i valori della Nouvelle Vague francese (fondata da Truffaut insieme ad altri registi) erano nati con le migliori intenzioni di sovvertire un cinema borghese decadente e individualista, venendo però risucchiate da quest’ultimo, e quindi come sarebbe stato inglobato e tradito dai suoi stessi fondatori.

Il decalogo enumerato nel manifesto Dogma 95 è composto da regole di vario genere che limitando il lavoro del regista stesso ne comportavano una realizzazione più artistica e creativa.
Tra le regole, possiamo ritrovare quella di non avere suoni esterni a quelli presenti mentre si riprende, quindi, ad esempio, la musica doveva essere registrata insieme alle immagini. Inoltre, l’alienazione temporale o geografica non è permessa, il regista non deve essere accreditato, la macchina da presa deve essere portata sempre e solo a mano, non esistono film di genere, e non possono essere portate scenografie o oggetti di scena che non siano già presenti nella location scelta.
Il regista doveva astenersi dal proprio gusto personale cercando di creare un’opera che catturasse il momento rendendolo più vivo e feroce, traendo dai propri personaggi e le proprie ambientazioni tutta la verità possibile di quell’istante registrato nella macchina da presa.
Il manifesto stesso si chiudeva con una promessa di voto di castità, ovviamente artistica, che andava a negare qualsiasi volontà soggettiva del regista nel mondo filmico da lui portato alla luce. In pratica, crescere un figlio senza nessun preconcetto personale, ma solo vedendo e catturando quello che quest’ultimo genera autonomamente autoaffermandosi in continuazione.
Tutti i film realizzati seguendo questo schema logico vengono numerati in ordine crescente, e, ad oggi, risultano esistere quarantadue film realizzati con i principi del Dogma 95.
Il primo regista a realizzare un film seguendo i principi di questa corrente fu proprio uno dei fondatori, Thomas Vinterberg.

Nato nel 1969 in Danimarca, si laurea alla scuola nazionale di cinema nel 1993 riscuotendo numerosi premi con il suo cortometraggio “The Last Round”.
A differenza di Trier, egli incentra il proprio percorso artistico all’interno delle relazioni umane e dell’ambiguità dei sentimenti come l’amore, l’odio, la felicità e molti altri. Non ricerca demoni interiori o sofferenza, ma una complessa indagine delle emozioni umane nello spettro di situazioni più o meno comuni.
Il primo lungometraggio realizzato fu “The Biggest Heroes” (1996), una commedia road movie che gli permise di entrare in contatto con molti degli attori con cui poi avrebbe realizzato il primo film completamente girato seguendo le regole del Manifesto.
Convinto sostenitore che l’illimitatezza del mezzo cinematografico appiattisse il valore artistico e lo rendesse soprattutto mezzo di puro intrattenimento, egli firma il Manifesto insieme al suo collega Trier. Passano solo tre anni prima che venga alla luce “Festen” (1998), forse uno dei film più crudi e veri a livello umano comparso in quegli anni.
Il film narra le vicende di una famiglia che si riunisce al completo in una villa per festeggiare il sessantesimo compleanno del capostipite. L’atmosfera è molto tesa, soprattutto quando un evento cambia drasticamente il festeggiamento. Il film è un vero e proprio attacco istituzionale alla famiglia.
Questo lungometraggio gli garantì la vittoria del Premio della Giuria al 51esimo Festival di Cannes.
L’unica violazione delle regole del Dogma 95 avvenne con l’acquisto di uno degli smoking usato da un attore protagonista in quanto non ne era il proprietario effettivo. Per il resto vennero rispettate tutte le regole presenti nel Manifesto. Addirittura il regista, non si accreditò in quanto tale, ma vinse comunque numerosi premi e riconoscimenti per la pellicola.

Vinterberg ha spesso sottolineato come la realizzazione del film non è stata certamente priva di difficoltà, come ad esempio girare le riprese in notturno in casa senza l’utilizzo di luci di scena, ma ha anche affermato che questo gli ha garantito un prodotto artistico indubbiamente migliore.
Di Thomas Vinterberg vanno ricordati altri film che ne evidenziano la grande capacità di ricerca di situazioni a volte anche semplici ma con un lato emotivo molto forte. Il primo tra questi è “Submarino” (2010), candidato al 60esimo Festival di Berlino: la pellicola si concentra su due fratelli che vivono nei bassifondi della società danese, tra violenza e la dipendenza dalle droghe.
Segue negli anni successivi “Jagten – Il sospetto” (2012), grazie al quale partecipa al Festival di Cannes e soprattutto Mads Mikkelsen vince il premio per la migliore interpretazione maschile. Un film crudo, alla cui base c’è il sospetto o meno che il personaggio principale abbia commesso qualcosa di irreparabile e soprattutto troppo grande per un piccolo villaggio di campagna danese. Il film, inoltre, ottiene anche una candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero.
Nel grande lavoro di Thomas Vinterberg va indagata una forza sociale del mezzo cinematografico e come quest’ultimo sia una lente di ingrandimento dei comportamenti umani all’interno di varie realtà e situazioni. Queste ultime però devono essere veritiere per evidenziare con maggior forza come l’animo umano sia spesso ambiguo e forse troppo spesso giudicante.
L’uomo in quanto macchina difettosa vive le proprie passioni, i propri desideri e le proprie paure come un Giano Bifronte che non decide il proprio destino, ma muta opinione con l’esperienza.
Il grande merito di Vinterberg è di aver dato una nuova spinta artistica ad un mezzo sommerso dalla pioggia torrenziale delle novità tecnologiche, trovando nelle autolimitazioni un efficace mezzo di superamento di una situazione stagnante, riuscendo ad uscirne con contenuti e temi rafforzati da nuove convinzioni. A differenza del collega Trier, che nel corso degli anni sperimenterà numerosi artifici tecnologici all’interno delle proprie opere, egli rimarrà sempre legato alla concezione del Dogma 95, cercando di creare un cinema indubbiamente vero, ma soprattutto umano.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafiche di Luigi Mameli.

SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

SECONDA USCITA

DOGMA 95

Thomas Vinterberg

Nel corso dell’utilizzo di un mezzo di comunicazione esistono varie fasi che ne scandiscono l’evoluzione e l’orientamento sia artistico che di fruizione. Come internet, la televisione e la musica si sono evolute godendo di movimenti e pensieri innovativi, anche il cinema ha avuto diverse tappe importanti che ne hanno scandito il progressivo sviluppo.
Senza addentrarci nelle varie correnti di credo e pensiero artistico, oggi ci soffermeremo su una in particolare, nata in Danimarca nel 1995, il Dogma fondato da un regista che abbiamo già preso in considerazione, Lars von Trier, e da Thomas Vinterberg, di cui analizzeremo le opere principali.
Il Dogma 95 è un breve manifesto che richiama in qualche forma il concetto luterano: viene fondato a Copenaghen il 13 marzo 1995, ed è suddiviso in una prima parte più programmatica e una seconda in cui ritroviamo le dieci regole che un regista deve seguire per compiere un vero e proprio “atto di salvataggio” del mezzo cinematografico.
Questo atto doveva contrapporsi alla tendenza banalizzante del cinema di quel periodo, generando prodotti in cui la serietà, l’autoironia, il rigore artistico e la genialità convivevano senza prendere il sopravvento tra loro.
La volontà alla base di questa nuova corrente di pensiero era l’accentuazione dell’importanza dell’avanguardia in un momento in cui una sorta di “tempesta tecnologica” appiattiva i prodotti e rendeva possibile a tutti realizzare film. L’avanguardia intesa come elemento trainante di pensieri e riflessioni esuli da banalità e costruzioni troppo fittizie.
Il manifesto richiama addirittura il cinema degli anni ’60, dichiarando apertamente come gli ideali e i valori della Nouvelle Vague francese (fondata da Truffaut insieme ad altri registi) erano nati con le migliori intenzioni di sovvertire un cinema borghese decadente e individualista, venendo però risucchiate da quest’ultimo, e quindi come sarebbe stato inglobato e tradito dai suoi stessi fondatori.

Il decalogo enumerato nel manifesto Dogma 95 è composto da regole di vario genere che limitando il lavoro del regista stesso ne comportavano una realizzazione più artistica e creativa.
Tra le regole, possiamo ritrovare quella di non avere suoni esterni a quelli presenti mentre si riprende, quindi, ad esempio, la musica doveva essere registrata insieme alle immagini. Inoltre, l’alienazione temporale o geografica non è permessa, il regista non deve essere accreditato, la macchina da presa deve essere portata sempre e solo a mano, non esistono film di genere, e non possono essere portate scenografie o oggetti di scena che non siano già presenti nella location scelta.
Il regista doveva astenersi dal proprio gusto personale cercando di creare un’opera che catturasse il momento rendendolo più vivo e feroce, traendo dai propri personaggi e le proprie ambientazioni tutta la verità possibile di quell’istante registrato nella macchina da presa.
Il manifesto stesso si chiudeva con una promessa di voto di castità, ovviamente artistica, che andava a negare qualsiasi volontà soggettiva del regista nel mondo filmico da lui portato alla luce. In pratica, crescere un figlio senza nessun preconcetto personale, ma solo vedendo e catturando quello che quest’ultimo genera autonomamente autoaffermandosi in continuazione.
Tutti i film realizzati seguendo questo schema logico vengono numerati in ordine crescente, e, ad oggi, risultano esistere quarantadue film realizzati con i principi del Dogma 95.
Il primo regista a realizzare un film seguendo i principi di questa corrente fu proprio uno dei fondatori, Thomas Vinterberg.

Nato nel 1969 in Danimarca, si laurea alla scuola nazionale di cinema nel 1993 riscuotendo numerosi premi con il suo cortometraggio “The Last Round”.
A differenza di Trier, egli incentra il proprio percorso artistico all’interno delle relazioni umane e dell’ambiguità dei sentimenti come l’amore, l’odio, la felicità e molti altri. Non ricerca demoni interiori o sofferenza, ma una complessa indagine delle emozioni umane nello spettro di situazioni più o meno comuni.
Il primo lungometraggio realizzato fu “The Biggest Heroes” (1996), una commedia road movie che gli permise di entrare in contatto con molti degli attori con cui poi avrebbe realizzato il primo film completamente girato seguendo le regole del Manifesto.
Convinto sostenitore che l’illimitatezza del mezzo cinematografico appiattisse il valore artistico e lo rendesse soprattutto mezzo di puro intrattenimento, egli firma il Manifesto insieme al suo collega Trier. Passano solo tre anni prima che venga alla luce “Festen” (1998), forse uno dei film più crudi e veri a livello umano comparso in quegli anni.
Il film narra le vicende di una famiglia che si riunisce al completo in una villa per festeggiare il sessantesimo compleanno del capostipite. L’atmosfera è molto tesa, soprattutto quando un evento cambia drasticamente il festeggiamento. Il film è un vero e proprio attacco istituzionale alla famiglia.
Questo lungometraggio gli garantì la vittoria del Premio della Giuria al 51esimo Festival di Cannes.
L’unica violazione delle regole del Dogma 95 avvenne con l’acquisto di uno degli smoking usato da un attore protagonista in quanto non ne era il proprietario effettivo. Per il resto vennero rispettate tutte le regole presenti nel Manifesto. Addirittura il regista, non si accreditò in quanto tale, ma vinse comunque numerosi premi e riconoscimenti per la pellicola.

Vinterberg ha spesso sottolineato come la realizzazione del film non è stata certamente priva di difficoltà, come ad esempio girare le riprese in notturno in casa senza l’utilizzo di luci di scena, ma ha anche affermato che questo gli ha garantito un prodotto artistico indubbiamente migliore.
Di Thomas Vinterberg vanno ricordati altri film che ne evidenziano la grande capacità di ricerca di situazioni a volte anche semplici ma con un lato emotivo molto forte. Il primo tra questi è “Submarino” (2010), candidato al 60esimo Festival di Berlino: la pellicola si concentra su due fratelli che vivono nei bassifondi della società danese, tra violenza e la dipendenza dalle droghe.
Segue negli anni successivi “Jagten – Il sospetto” (2012), grazie al quale partecipa al Festival di Cannes e soprattutto Mads Mikkelsen vince il premio per la migliore interpretazione maschile. Un film crudo, alla cui base c’è il sospetto o meno che il personaggio principale abbia commesso qualcosa di irreparabile e soprattutto troppo grande per un piccolo villaggio di campagna danese. Il film, inoltre, ottiene anche una candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero.
Nel grande lavoro di Thomas Vinterberg va indagata una forza sociale del mezzo cinematografico e come quest’ultimo sia una lente di ingrandimento dei comportamenti umani all’interno di varie realtà e situazioni. Queste ultime però devono essere veritiere per evidenziare con maggior forza come l’animo umano sia spesso ambiguo e forse troppo spesso giudicante.
L’uomo in quanto macchina difettosa vive le proprie passioni, i propri desideri e le proprie paure come un Giano Bifronte che non decide il proprio destino, ma muta opinione con l’esperienza.
Il grande merito di Vinterberg è di aver dato una nuova spinta artistica ad un mezzo sommerso dalla pioggia torrenziale delle novità tecnologiche, trovando nelle autolimitazioni un efficace mezzo di superamento di una situazione stagnante, riuscendo ad uscirne con contenuti e temi rafforzati da nuove convinzioni. A differenza del collega Trier, che nel corso degli anni sperimenterà numerosi artifici tecnologici all’interno delle proprie opere, egli rimarrà sempre legato alla concezione del Dogma 95, cercando di creare un cinema indubbiamente vero, ma soprattutto umano.