SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

TERZA USCITA

PARTE 3

Gli incubi di Trier

Prima di iniziare ad analizzare la vita e la cinematografia di Lars von Trier è bene porre due precisazioni: la prima riguarda l’idea del regista intorno al ruolo dell’artista, mentre la seconda come l’utilizzo del mezzo cinematografico sia una ricerca esistenziale interiore con regole ferree per autodisciplinarsi e diventare catartica.
Trier sostiene che l’artista debba soffrire per ottenere un risultato migliore, in quanto il dolore porta ad una ricerca più vera e solidale dei propri disturbi e ansie, al punto da renderle spesso base delle proprie sceneggiature. Il motivo?
Alla base di questa sofferenza c’è lo spirito umano, quello reale, non la cosmetizzazione hollywoodiana contro cui Lars von Trier lotterà per gran parte della propria carriera indagando il lato intimo degli incubi del genere umano e specialmente quelli personali.
David Paul Cronenberg ha spesso sostenuto di lavorare o con i propri sogni o con i propri incubi. Lars von Trier non ha invece desiderato altro che lavorare con gli incubi personali scandagliando i segreti, le fobie, le manie e i disturbi che lo hanno afflitto per gran parte della propria vita, creando un cinema postmoderno che oscilla tra reale e menzogna, un pendolo di disorientazioni volte ad attrarre e repellere allo stesso tempo.
La genialità di un regista sta nel provocare, e Lars von Trier sotto questo aspetto è un mostro della nostra epoca, si può amare o odiare il suo lavoro, ma di certo non si può rimanere indifferenti.
I film del regista danese sono puri esempi di catarsi, quella catarsi della poetica aristotelica, volti a creare un sentimento di purificazione e redenzione attraverso la visione di situazioni che altrimenti avremmo difficoltà a vivere e quindi a porci domande in prima persona.

Finita questa premessa è bene indagare il passato di Trier per capire meglio da cosa nasce un cinema così irrequieto e vivo, che lacera la pelle e si nasconde sotto quest’ultima.
Lars Trier nasce nel 1956 a Copenaghen in un clima di assoluta libertà poiché i suoi genitori erano nudisti, comunisti e atei, assolutamente convinti della autodeterminazione di qualsiasi essere umano, quindi anche del loro figlio. Cresciuto con la mancanza di forti figure educazionali, Trier ricercherà spesso un’autodisciplina, tema molto legato alle proprie opere.
Scopre dopo parecchi anni che suo padre non era quello biologico, e che quindi di conseguenza non era neanche ebreo. Tenta numerose volte di riallacciare i rapporti con il suo vero padre, un artista danese, senza ottenere mai una risposta.
Il termine “von” che si ritrova nel nome spesso usato nello pseudonimo artistico viene usato per la prima volta in una rivista locale del 1976, e da allora non viene più abbandonato.
Prima di diventare uno dei registi più controversi e criticati, si divide tra televisione e cinema, citando spesso uno dei suoi registi di riferimento, Carl Theodor Dreyer, affrontato nell’articolo precedente, portando addirittura fieramente un suo smoking a fine di ogni episodio della fortunata serie televisiva “The Kingdom – Il Regno” (1994).
Saltando tutta una fase di preamboli e grandi classici del cinema di Lars Von Trier, come “L’elemento del crimine” (1984), “Epidemic” (1987) e infine “Europa” (1991), egli fonda insieme a Thomas Vinterberg un movimento cinematografico chiamato DOGMA 95, nome dovuto all’anno di nascita. Senza avventurarci in ulteriori approfondimenti, che avverranno nel prossimo articolo, ci basta soffermarci su questa nuova tendenza sottolineandone la portata innovatrice, di sfida ai prodotti americani fin troppo ricamati su camicie su misura pronte all’utilizzo.
Una vera e propria guerra fredda tra un cinema ormai consolidato e un cinema oltreoceano sempre innovatore.

Questa corrente genererà attraverso una mancanza di artificio un collegamento con una cultura teatrale tipica del ‘900, omaggiando grandi del teatro come Henrik Ibsen, promuovendo nuove regole che produrranno la bellezza di 42 film, tutti realizzati seguendo dei particolari espedienti cinematografici.
L’ascesa cinematografica di Trier si ha con le pellicole “Breaking the waves” 1996) e “Dancer in the dark” (2000), quest’ultimo con la cantante Björk come protagonista. Il film gli garantirà la Palma d’Oro alla 53esima edizione del Festival di Cannes e, soprattutto a seguito di un grande successo nelle sale cinematografiche, il permesso dell’ingaggio di una star hollywoodiana come Nicole Kidman per la sua prossima opera, “Dogville” (2003).
La particolarità di questa pellicola a sfondo praticamente teatrale sta nell’essere girato completamente in uno studio cinematografico, eliminando i confini della sfera privata e tracciando i confini delle case con un gesso sul suolo. Il film inoltre può essere analizzato in un’ottica nichilista e il soggetto può essere pensato come un perdono in chiave nietzschiana.
Nicole Kidman affermò inoltre, a seguito di questa pellicola, che non avrebbe mai più lavorato con il regista Trier a causa delle riprese molto turbolenti. Si potrà notare in molte relazioni tra gli attori e il regista danese un rapporto complicato, dovuto spesso al sacrificio che Trier richiede ai propri attori.
Se Trier era disposto a ricercare i propri incubi allora anche gli attori dovevano essere pronti a sacrificare una parte di se stessi per realizzare un’opera migliore. Il dovere artistico veniva sempre prima delle esigenze dei singoli, e soprattutto la macchina da presa aveva l’ultima parola.
Un film di Trier che va citato per capire meglio il suo approccio è il lungometraggio “Le cinque variazioni” (2003). In questa opera Trier sfida Jørgen Leth a realizzare cinque variazioni di un film di quest’ultimo, “Det perfette menneske” (1967), introducendo sempre regole più ferree e rigide, creando sempre nuovi risultati. Il film è un elogio alla diversità di scelte registiche che si possono realizzare durante il processo cinematografico, e come le limitazioni, quindi l’autodisciplina sopra citata, porta sempre a nuove strade percorribili e stimola la creatività del regista stesso.

Il periodo della sperimentazione inizia nel 2009 con una trilogia sulla depressione composta da “Antichrist” (2009), “Melancholia” (2011), e infine “Nymphomaniac” (2013). In queste tre opere possiamo ritrovare probabilmente l’apoteosi della soggettività espressiva di Lars von Trier. Egli scandaglia il proprio animo: avendo sofferto di numerose dipendenze e soprattutto di depressione per lunghi periodi della sua vita, si denuda alla ricerca di una propria identità.
Il primo film, “Antichrist”, verrà spesso giudicato come un capolavoro delirante, ispirato al romanzo “L’Anticristo” di Friedrich Nietzsche: un film horror gotico alla ricerca di aspetti sessuali, psicoanalitici e onirici pronti ad essere indagati dal regista stesso. Inoltre, la pellicola è dedicata ad Andrej Tarkovskij, uno dei registi più ermetici e simbolici mai esistiti.
Il secondo film, “Melancholia”, si ispira direttamente a un episodio di depressione sofferto dal regista ed è diviso in due parti, ognuna dedicata a una sorella, la prima Justine e la seconda Claire. Nella pellicola ritroviamo più volte il personaggio di Ofelia dell’Amleto, mentre la locandina stessa del film è una citazione del famoso dipinto di John Everett Millais del 1852.
“Nymphomaniac” è invece la storia poetica ed egocentrica di Joe, una ninfomane che ripercorre la propria vita dalla nascita fino all’età di 50 anni. In questo film, Trier esplora ogni aspetto fondamentale della propria vita, dalla socialità, alla felicità e depressione fino a raggiungere l’apice con le proprie dipendenze tramutandole in sessuali.
Mi limiterò a citare il suo ultimo film, “La casa di Jack” (2018), probabilmente uno dei film migliori di quell’annata. Lars von Trier ha cercato sempre di definirsi attraverso i propri film, accentrando il ruolo della macchina da presa nelle autodiscipline imposte dal regista stesso.
Senza una guida morale e spirituale, ha tracciato i propri confini, mischiando la propria realtà alla finzione del cinema, creando incubi continui, in cui trasporta lo spettatore lasciandolo a se stesso.
Trier è un generatore di paure, che risultano essere processi mentali ed elaborazioni del dolore che, a detta del regista stesso, renderanno il proprio prodotto migliore e più veritiero.
Il cinema del regista danese trova la sua massima espressione in una visione purificatrice per lavarci da tutte le cose che sono sbagliate in noi, alla continua ricerca di un io ferito, ma comunque vero e produttivo.
Esistono pochi registi come Lars von Trier, ma sicuramente egli è uno dei più disturbanti, sempre alla ricerca degli incubi condivisi di una società troppo legata a una buona morale costruita su barriere di luoghi comuni definiti da un raziocinio falso. Trier attraverso i propri film abbatte questi muri lasciandoci scoperti e nudi, ma solo a noi stessi.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Luigi Mameli.

SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

TERZA USCITA

PARTE 3

Gli incubi di Trier

Prima di iniziare ad analizzare la vita e la cinematografia di Lars von Trier è bene porre due precisazioni: la prima riguarda l’idea del regista intorno al ruolo dell’artista, mentre la seconda come l’utilizzo del mezzo cinematografico sia una ricerca esistenziale interiore con regole ferree per autodisciplinarsi e diventare catartica.
Trier sostiene che l’artista debba soffrire per ottenere un risultato migliore, in quanto il dolore porta ad una ricerca più vera e solidale dei propri disturbi e ansie, al punto da renderle spesso base delle proprie sceneggiature. Il motivo?
Alla base di questa sofferenza c’è lo spirito umano, quello reale, non la cosmetizzazione hollywoodiana contro cui Lars von Trier lotterà per gran parte della propria carriera indagando il lato intimo degli incubi del genere umano e specialmente quelli personali.
David Paul Cronenberg ha spesso sostenuto di lavorare o con i propri sogni o con i propri incubi. Lars von Trier non ha invece desiderato altro che lavorare con gli incubi personali scandagliando i segreti, le fobie, le manie e i disturbi che lo hanno afflitto per gran parte della propria vita, creando un cinema postmoderno che oscilla tra reale e menzogna, un pendolo di disorientazioni volte ad attrarre e repellere allo stesso tempo.
La genialità di un regista sta nel provocare, e Lars von Trier sotto questo aspetto è un mostro della nostra epoca, si può amare o odiare il suo lavoro, ma di certo non si può rimanere indifferenti.
I film del regista danese sono puri esempi di catarsi, quella catarsi della poetica aristotelica, volti a creare un sentimento di purificazione e redenzione attraverso la visione di situazioni che altrimenti avremmo difficoltà a vivere e quindi a porci domande in prima persona.

Finita questa premessa è bene indagare il passato di Trier per capire meglio da cosa nasce un cinema così irrequieto e vivo, che lacera la pelle e si nasconde sotto quest’ultima.
Lars Trier nasce nel 1956 a Copenaghen in un clima di assoluta libertà poiché i suoi genitori erano nudisti, comunisti e atei, assolutamente convinti della autodeterminazione di qualsiasi essere umano, quindi anche del loro figlio. Cresciuto con la mancanza di forti figure educazionali, Trier ricercherà spesso un’autodisciplina, tema molto legato alle proprie opere.
Scopre dopo parecchi anni che suo padre non era quello biologico, e che quindi di conseguenza non era neanche ebreo. Tenta numerose volte di riallacciare i rapporti con il suo vero padre, un artista danese, senza ottenere mai una risposta.
Il termine “von” che si ritrova nel nome spesso usato nello pseudonimo artistico viene usato per la prima volta in una rivista locale del 1976, e da allora non viene più abbandonato.
Prima di diventare uno dei registi più controversi e criticati, si divide tra televisione e cinema, citando spesso uno dei suoi registi di riferimento, Carl Theodor Dreyer, affrontato nell’articolo precedente, portando addirittura fieramente un suo smoking a fine di ogni episodio della fortunata serie televisiva “The Kingdom – Il Regno” (1994).
Saltando tutta una fase di preamboli e grandi classici del cinema di Lars Von Trier, come “L’elemento del crimine” (1984), “Epidemic” (1987) e infine “Europa” (1991), egli fonda insieme a Thomas Vinterberg un movimento cinematografico chiamato DOGMA 95, nome dovuto all’anno di nascita. Senza avventurarci in ulteriori approfondimenti, che avverranno nel prossimo articolo, ci basta soffermarci su questa nuova tendenza sottolineandone la portata innovatrice, di sfida ai prodotti americani fin troppo ricamati su camicie su misura pronte all’utilizzo.
Una vera e propria guerra fredda tra un cinema ormai consolidato e un cinema oltreoceano sempre innovatore.

Questa corrente genererà attraverso una mancanza di artificio un collegamento con una cultura teatrale tipica del ‘900, omaggiando grandi del teatro come Henrik Ibsen, promuovendo nuove regole che produrranno la bellezza di 42 film, tutti realizzati seguendo dei particolari espedienti cinematografici.
L’ascesa cinematografica di Trier si ha con le pellicole “Breaking the waves” 1996) e “Dancer in the dark” (2000), quest’ultimo con la cantante Björk come protagonista. Il film gli garantirà la Palma d’Oro alla 53esima edizione del Festival di Cannes e, soprattutto a seguito di un grande successo nelle sale cinematografiche, il permesso dell’ingaggio di una star hollywoodiana come Nicole Kidman per la sua prossima opera, “Dogville” (2003).
La particolarità di questa pellicola a sfondo praticamente teatrale sta nell’essere girato completamente in uno studio cinematografico, eliminando i confini della sfera privata e tracciando i confini delle case con un gesso sul suolo. Il film inoltre può essere analizzato in un’ottica nichilista e il soggetto può essere pensato come un perdono in chiave nietzschiana.
Nicole Kidman affermò inoltre, a seguito di questa pellicola, che non avrebbe mai più lavorato con il regista Trier a causa delle riprese molto turbolenti. Si potrà notare in molte relazioni tra gli attori e il regista danese un rapporto complicato, dovuto spesso al sacrificio che Trier richiede ai propri attori.
Se Trier era disposto a ricercare i propri incubi allora anche gli attori dovevano essere pronti a sacrificare una parte di se stessi per realizzare un’opera migliore. Il dovere artistico veniva sempre prima delle esigenze dei singoli, e soprattutto la macchina da presa aveva l’ultima parola.
Un film di Trier che va citato per capire meglio il suo approccio è il lungometraggio “Le cinque variazioni” (2003). In questa opera Trier sfida Jørgen Leth a realizzare cinque variazioni di un film di quest’ultimo, “Det perfette menneske” (1967), introducendo sempre regole più ferree e rigide, creando sempre nuovi risultati. Il film è un elogio alla diversità di scelte registiche che si possono realizzare durante il processo cinematografico, e come le limitazioni, quindi l’autodisciplina sopra citata, porta sempre a nuove strade percorribili e stimola la creatività del regista stesso.

Il periodo della sperimentazione inizia nel 2009 con una trilogia sulla depressione composta da “Antichrist” (2009), “Melancholia” (2011), e infine “Nymphomaniac” (2013). In queste tre opere possiamo ritrovare probabilmente l’apoteosi della soggettività espressiva di Lars von Trier. Egli scandaglia il proprio animo: avendo sofferto di numerose dipendenze e soprattutto di depressione per lunghi periodi della sua vita, si denuda alla ricerca di una propria identità.
Il primo film, “Antichrist”, verrà spesso giudicato come un capolavoro delirante, ispirato al romanzo “L’Anticristo” di Friedrich Nietzsche: un film horror gotico alla ricerca di aspetti sessuali, psicoanalitici e onirici pronti ad essere indagati dal regista stesso. Inoltre, la pellicola è dedicata ad Andrej Tarkovskij, uno dei registi più ermetici e simbolici mai esistiti.
Il secondo film, “Melancholia”, si ispira direttamente a un episodio di depressione sofferto dal regista ed è diviso in due parti, ognuna dedicata a una sorella, la prima Justine e la seconda Claire. Nella pellicola ritroviamo più volte il personaggio di Ofelia dell’Amleto, mentre la locandina stessa del film è una citazione del famoso dipinto di John Everett Millais del 1852.
“Nymphomaniac” è invece la storia poetica ed egocentrica di Joe, una ninfomane che ripercorre la propria vita dalla nascita fino all’età di 50 anni. In questo film, Trier esplora ogni aspetto fondamentale della propria vita, dalla socialità, alla felicità e depressione fino a raggiungere l’apice con le proprie dipendenze tramutandole in sessuali.
Mi limiterò a citare il suo ultimo film, “La casa di Jack” (2018), probabilmente uno dei film migliori di quell’annata. Lars von Trier ha cercato sempre di definirsi attraverso i propri film, accentrando il ruolo della macchina da presa nelle autodiscipline imposte dal regista stesso.
Senza una guida morale e spirituale, ha tracciato i propri confini, mischiando la propria realtà alla finzione del cinema, creando incubi continui, in cui trasporta lo spettatore lasciandolo a se stesso.
Trier è un generatore di paure, che risultano essere processi mentali ed elaborazioni del dolore che, a detta del regista stesso, renderanno il proprio prodotto migliore e più veritiero.
Il cinema del regista danese trova la sua massima espressione in una visione purificatrice per lavarci da tutte le cose che sono sbagliate in noi, alla continua ricerca di un io ferito, ma comunque vero e produttivo.
Esistono pochi registi come Lars von Trier, ma sicuramente egli è uno dei più disturbanti, sempre alla ricerca degli incubi condivisi di una società troppo legata a una buona morale costruita su barriere di luoghi comuni definiti da un raziocinio falso. Trier attraverso i propri film abbatte questi muri lasciandoci scoperti e nudi, ma solo a noi stessi.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafica di Luigi Mameli.