SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

QUARTA USCITA

IL CINEMA INUMANO

Nicolas Winding Refn

“Personalmente non esprimerò giudizi sulla pellicola, se non quello che questo film è pieno di beats e momenti molto importanti a livello di storytelling con una fotografia ai limiti della perfezione per ciò che riguarda la scelta di come raccontare la trama.” di Bernardo Angeletti
Quando guardiamo un film spesso accade, specialmente con i film d’autore, di riconoscere tratti che contraddistinguono un regista rispetto ad un altro. Non è un caso che lo stesso Tarantino abbia creato un brand intorno al proprio cinema fidelizzando una parte di pubblico sempre desiderosa di colpi di scena e dialoghi al limite del normale, condendo spesso le proprie opere con vere e proprie scene di violenza. La genialità di un regista risiede nel saper dare la propria visione e il proprio occhio alla Settima Arte, rendendola sempre più efficace e mirata.
I colori e la centralità di immagine di Wes Anderson, la crudezza e i personaggi di Scorsese, i movimenti di camera e le frasi brevi ma concise di Sorrentino, e via dicendo. Ogni regista si autoafferma nel mentre della creazione stabilendo le basi produttive di un progetto filmico.
Queste basi tendono a rimanere stabili nonostante i prodotti cinematografici possono essere molto diversi tra di loro. Se un regista ha un proprio stile, sarà evidentemente più facile creare una fidelizzazione di pubblico in quanto appassionato di quel genere visivo e di storytelling.
Non a caso, la maggior parte degli spettatori decide o meno se andare al cinema in base al regista, al produttore o all’attore presente nella pellicola.
Questa precisazione è d’obbligo nel momento in cui si va ad analizzare uno dei registi contemporanei più controversi che realizza un cinema indubbiamente d’autore e soprattutto d’arte.
Nicolas Winding Refn è considerato uno de grandi registi contemporanei danesi, insieme a Lars von Trier e Thomas Vinterberg, analizzati negli articoli precedenti.

Artista cool, collezionista di giocattoli, provocatorio, ha un’anima che si divide spesso tra astrazione e sottrazione, generando opere che risultano spesso criptiche nell’approccio, con dialoghi, che mano a mano che prosegue nella realizzazione di opere, diventano sempre minori e riducono all’essenziale quello che lo spettatore vede. Si potrebbe considerare un regista che predilige l’assenza del superfluo valorizzando messaggi chiari e precisi che richiedono però la capacità di usare diverse chiavi di lettura. È molto facile ritrovare all’interno di un film di Refn diversi messaggi e significati, immedesimandoci, ed è forse questa la vera base del cinema d’autore.
Refn è il più americanizzato dei registi presi in considerazione fino ad oggi. Nasce nel 1970 a Copenaghen, figlio di due artisti. All’età di otto anni si trasferisce a New York dove passa la propria adolescenza fino ad entrare nell’American Academy of Dramatic Arts nel 1993. Finita questa esperienza, torna in Danimarca dove realizza il primo cortometraggio che attira subito l’attenzione di un produttore che lo finanzia per trasformarlo in un lungometraggio.
Realizza quindi nel 1996 il suo primo film, “Pusher”, parte di una trilogia che riprenderà nel corso della propria altalenante carriera concludendola solo nel 2005.
Dirige vari film nel corso di quegli anni, ma nessuno gli garantisce l’accesso nell’Olimpo dei registi conosciuti ed apprezzati nonostante, ad esempio, una collaborazione importante con l’attore John Turturro per il film “Fear X” (2003).

La vera svolta cinematografica per Refn arriva nel 2008, quando decide di realizzare un film biografico su un criminale inglese chiamato Michael Gordon Peterson, famoso per aver trascorso gran parte della propria vita in cella di isolamento a causa dell’atteggiamento violento.
La pellicola in quesitone è “Bronson”, un film nudo e crudo, con un attore protagonista che verrà lanciato da questo progetto, Tom Hardy. È un vero successo sia a livello economico che a livello di festival e premi vinti in giro per il mondo.
Nonostante il successo ottenuto dalla pellicola, non riesce a ripetersi nel 2009 con il lungometraggio “Valhalla Rising”, che nonostante riceva ottime recensioni è un fiasco completo ai botteghini. In questo susseguirsi di alternati momenti di produzione cinematografica, Refn passerà spesso da una produzione con costi relativamente alti a film con un low budget. Questo conferma continuamente la tendenza del regista nel trovarsi più a suo agio con produzioni piccole in cui ha più libertà di scelta, confrontandosi spesso prima con se stesso e poi con il pubblico.
La necessità di scoprire e raccontare è alla base del processo creativo di questo regista, che nel corso degli anni affina sempre di più il proprio stile rendendolo quasi iconico nella pellicola che lo porterà definitivamente alla ribalta, “Drive” (2011).
Personalmente non esprimerò giudizi sulla pellicola, se non quello che questo film è pieno di beats e momenti molto importanti a livello di storytelling con una fotografia ai limiti della perfezione per ciò che riguarda la scelta di come raccontare la trama.

Con questa pellicola il regista parteciperà al Festival di Cannes, vincendo il premio come Miglior Regia, rivelandosi un successo globale con un incasso di ottanta milioni di dollari al botteghino a seguito di una spesa iniziale di quindici. Inoltre, la pellicola verrà anche candidata ai Premi Oscar.
Il film segue le vicende di uno stuntman che ha una seconda vita che lo trascinerà in una spirale di violenza e crudeltà. Il ragazzo, Ryan Gosling, attraverso una quasi assenza di dialoghi dovrà lottare per uscirne. Da sottolineare inoltre una colonna sonora perfetta per l’ambientazione e la trama dark.
Dopo il successo di “Drive”, Refn dirigerà altri due film: il primo, “Solo Dio perdona” (2013), ripercorre un momento di rabbia provato dal regista stesso in un periodo di difficoltà finanziaria, rabbia esternata nella crudezza dell’opera filmica; il secondo è “The Neon Demon” (2016), che gli garantirà un posto al Festival di Cannes, in concorso per la Palma D’Oro.
“The Neon Demon” è un film puramente artistico, volto alla concentrazione dello spettatore nella bellezza filmica di una storia horror ai limiti del surreale che coinvolge lo spettatore dal primo secondo all’ultimo chiudendo forse con uno dei finali più forti degli ultimi anni. La vera forza del film sta nell’avere un tema molto forte espresso magistralmente attraverso una fotografia e uno stile assolutamente autoriale.
Nicolas Winding Refn ha evoluto la propria concezione artistica del cinema estremizzandola continuamente, navigando in un mare di assenza di dialoghi, riducendo al minimo ed essenziale i concetti espressi nelle proprie opere. Il cinema di Refn è un cinema artistico, minimale, conciso e deciso. Non tralascia nessuna trama o linea temporale all’interno delle proprie sceneggiature, curando fino al minimo dettaglio una concezione assolutistica e quasi inumana del cinema.
I personaggi che protrae spesso risultano più macchine che persone, non si esprimono o elaborano i sentimenti, trasformando i propri credi in azioni che sapientemente sanno sempre cogliere di sorpresa lo spettatore.
Oltre che essere un grande estimatore delle sue opere, credo fortemente che egli sia uno dei pochi registi che, insieme ad un’élite, riesce ancora a portare alto lo stendardo del cinema d’autore riuscendo a coinvolgere una grossa fetta di pubblico tramite uno stile inconfondibile.
Refn traduce la necessità dell’uomo di indagarsi estraniandosi da se stesso alla continua ricerca di una verità che è sempre mutabile ma continuamente provocatoria. Una verità che spesso ci brucia, lasciandoci inermi, ancora una volta.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafiche di Luigi Mameli.

SERIAL CINEMA
OMBRE DANESI

QUARTA USCITA

IL CINEMA INUMANO

Nicolas Winding Refn

“Personalmente non esprimerò giudizi sulla pellicola, se non quello che questo film è pieno di beats e momenti molto importanti a livello di storytelling con una fotografia ai limiti della perfezione per ciò che riguarda la scelta di come raccontare la trama.” di Bernardo Angeletti
Quando guardiamo un film spesso accade, specialmente con i film d’autore, di riconoscere tratti che contraddistinguono un regista rispetto ad un altro. Non è un caso che lo stesso Tarantino abbia creato un brand intorno al proprio cinema fidelizzando una parte di pubblico sempre desiderosa di colpi di scena e dialoghi al limite del normale, condendo spesso le proprie opere con vere e proprie scene di violenza. La genialità di un regista risiede nel saper dare la propria visione e il proprio occhio alla Settima Arte, rendendola sempre più efficace e mirata.
I colori e la centralità di immagine di Wes Anderson, la crudezza e i personaggi di Scorsese, i movimenti di camera e le frasi brevi ma concise di Sorrentino, e via dicendo. Ogni regista si autoafferma nel mentre della creazione stabilendo le basi produttive di un progetto filmico.
Queste basi tendono a rimanere stabili nonostante i prodotti cinematografici possono essere molto diversi tra di loro. Se un regista ha un proprio stile, sarà evidentemente più facile creare una fidelizzazione di pubblico in quanto appassionato di quel genere visivo e di storytelling.
Non a caso, la maggior parte degli spettatori decide o meno se andare al cinema in base al regista, al produttore o all’attore presente nella pellicola.
Questa precisazione è d’obbligo nel momento in cui si va ad analizzare uno dei registi contemporanei più controversi che realizza un cinema indubbiamente d’autore e soprattutto d’arte.
Nicolas Winding Refn è considerato uno de grandi registi contemporanei danesi, insieme a Lars von Trier e Thomas Vinterberg, analizzati negli articoli precedenti.

Artista cool, collezionista di giocattoli, provocatorio, ha un’anima che si divide spesso tra astrazione e sottrazione, generando opere che risultano spesso criptiche nell’approccio, con dialoghi, che mano a mano che prosegue nella realizzazione di opere, diventano sempre minori e riducono all’essenziale quello che lo spettatore vede. Si potrebbe considerare un regista che predilige l’assenza del superfluo valorizzando messaggi chiari e precisi che richiedono però la capacità di usare diverse chiavi di lettura. È molto facile ritrovare all’interno di un film di Refn diversi messaggi e significati, immedesimandoci, ed è forse questa la vera base del cinema d’autore.
Refn è il più americanizzato dei registi presi in considerazione fino ad oggi. Nasce nel 1970 a Copenaghen, figlio di due artisti. All’età di otto anni si trasferisce a New York dove passa la propria adolescenza fino ad entrare nell’American Academy of Dramatic Arts nel 1993. Finita questa esperienza, torna in Danimarca dove realizza il primo cortometraggio che attira subito l’attenzione di un produttore che lo finanzia per trasformarlo in un lungometraggio.
Realizza quindi nel 1996 il suo primo film, “Pusher”, parte di una trilogia che riprenderà nel corso della propria altalenante carriera concludendola solo nel 2005.
Dirige vari film nel corso di quegli anni, ma nessuno gli garantisce l’accesso nell’Olimpo dei registi conosciuti ed apprezzati nonostante, ad esempio, una collaborazione importante con l’attore John Turturro per il film “Fear X” (2003).

La vera svolta cinematografica per Refn arriva nel 2008, quando decide di realizzare un film biografico su un criminale inglese chiamato Michael Gordon Peterson, famoso per aver trascorso gran parte della propria vita in cella di isolamento a causa dell’atteggiamento violento.
La pellicola in quesitone è “Bronson”, un film nudo e crudo, con un attore protagonista che verrà lanciato da questo progetto, Tom Hardy. È un vero successo sia a livello economico che a livello di festival e premi vinti in giro per il mondo.
Nonostante il successo ottenuto dalla pellicola, non riesce a ripetersi nel 2009 con il lungometraggio “Valhalla Rising”, che nonostante riceva ottime recensioni è un fiasco completo ai botteghini. In questo susseguirsi di alternati momenti di produzione cinematografica, Refn passerà spesso da una produzione con costi relativamente alti a film con un low budget. Questo conferma continuamente la tendenza del regista nel trovarsi più a suo agio con produzioni piccole in cui ha più libertà di scelta, confrontandosi spesso prima con se stesso e poi con il pubblico.
La necessità di scoprire e raccontare è alla base del processo creativo di questo regista, che nel corso degli anni affina sempre di più il proprio stile rendendolo quasi iconico nella pellicola che lo porterà definitivamente alla ribalta, “Drive” (2011).
Personalmente non esprimerò giudizi sulla pellicola, se non quello che questo film è pieno di beats e momenti molto importanti a livello di storytelling con una fotografia ai limiti della perfezione per ciò che riguarda la scelta di come raccontare la trama.

Con questa pellicola il regista parteciperà al Festival di Cannes, vincendo il premio come Miglior Regia, rivelandosi un successo globale con un incasso di ottanta milioni di dollari al botteghino a seguito di una spesa iniziale di quindici. Inoltre, la pellicola verrà anche candidata ai Premi Oscar.
Il film segue le vicende di uno stuntman che ha una seconda vita che lo trascinerà in una spirale di violenza e crudeltà. Il ragazzo, Ryan Gosling, attraverso una quasi assenza di dialoghi dovrà lottare per uscirne. Da sottolineare inoltre una colonna sonora perfetta per l’ambientazione e la trama dark.
Dopo il successo di “Drive”, Refn dirigerà altri due film: il primo, “Solo Dio perdona” (2013), ripercorre un momento di rabbia provato dal regista stesso in un periodo di difficoltà finanziaria, rabbia esternata nella crudezza dell’opera filmica; il secondo è “The Neon Demon” (2016), che gli garantirà un posto al Festival di Cannes, in concorso per la Palma D’Oro.
“The Neon Demon” è un film puramente artistico, volto alla concentrazione dello spettatore nella bellezza filmica di una storia horror ai limiti del surreale che coinvolge lo spettatore dal primo secondo all’ultimo chiudendo forse con uno dei finali più forti degli ultimi anni. La vera forza del film sta nell’avere un tema molto forte espresso magistralmente attraverso una fotografia e uno stile assolutamente autoriale.
Nicolas Winding Refn ha evoluto la propria concezione artistica del cinema estremizzandola continuamente, navigando in un mare di assenza di dialoghi, riducendo al minimo ed essenziale i concetti espressi nelle proprie opere. Il cinema di Refn è un cinema artistico, minimale, conciso e deciso. Non tralascia nessuna trama o linea temporale all’interno delle proprie sceneggiature, curando fino al minimo dettaglio una concezione assolutistica e quasi inumana del cinema.
I personaggi che protrae spesso risultano più macchine che persone, non si esprimono o elaborano i sentimenti, trasformando i propri credi in azioni che sapientemente sanno sempre cogliere di sorpresa lo spettatore.
Oltre che essere un grande estimatore delle sue opere, credo fortemente che egli sia uno dei pochi registi che, insieme ad un’élite, riesce ancora a portare alto lo stendardo del cinema d’autore riuscendo a coinvolgere una grossa fetta di pubblico tramite uno stile inconfondibile.
Refn traduce la necessità dell’uomo di indagarsi estraniandosi da se stesso alla continua ricerca di una verità che è sempre mutabile ma continuamente provocatoria. Una verità che spesso ci brucia, lasciandoci inermi, ancora una volta.

Articolo a cura di Bernardo Angeletti.
Grafiche di Luigi Mameli.