SERIAL CINEMA
THE REVENANT
THE REVENANT
Fino in fondo alle ossa
Chi se ne intende di cinema potrebbe dire che questo è un film epico, basato su una dicotomia troppo semplice, quasi scontata, tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. A mio avviso, la realtà (soggettiva com’è) è un’altra, ma partiamo dalla storia:
Siamo nel 1823, in Missouri, è inverno. Un gruppo di cacciatori di pellicce inglesi cercano di assicurare il proprio bottino, frutto di chissà quanti sacrifici e combattimenti. Sono lontani da casa da anni, tutto ciò che possiedono o ricordano è lontano migliaia di chilometri, così distante che è come se non fosse mai esistito.
Tra gli inglesi c’è un uomo, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), la sua storia è ispirata a quella dell’esploratore omonimo e realmente esistito, famoso per essere sopravvissuto all’attacco di un orso Grizzly e per aver attraversato più di 300 chilometri a piedi, solo, immerso nel gelo e nella neve.
Alejandro González Iñárritu arricchisce la storia reale inserendo elementi di sua fantasia, il primo dei quali è il tema della vendetta e il fatto che Glass sia padre di un figlio meticcio avuto da una indiana Pawnee, uccisa dai soldati statunitensi.
Nella pellicola Hugh Glass non ha più nulla per cui valga la pena vivere o sopravvivere, tutto ciò che ormai lo guida è un sentimento semplice e profondo: la vendetta in tutta la sua insensata purezza.
John Fitzgerald (Tom Hardy), uno dei due compagni che avrebbero dovuto proteggerlo, uccide il figlio di Hugh davanti ai suoi occhi impotenti. Da quel momento Glass ha un solo obiettivo, quello di trovare Fitzgerald e ucciderlo, pur sapendo che nulla gli restituirà ciò che gli è stato tolto.
Questa è la storia, ma perché questo film è così potente? Da dove deriva questa forza?
Ci sono film che si guardano, film che si potrebbero anche solo ascoltare, poi ci sono quei film che sono un’esperienza. The Revenant fa parte di quest’ultima categoria, è un film che si può respirare, odorare, toccare, assaporare; è un film dentro al quale si cammina nella neve e si sente che i piedi sprofondano per davvero; intorno c’è solo il silenzio rotto dagli scricchiolii degli alberi bianchi e aguzzi come le ossa alle quali somigliano; si vive la fame, il freddo, il dolore.
Non sono molti i film che concedono allo spettatore di entrare a far parte di quel mondo rettangolare e distante che è lo schermo, ma The Revenant non solo ci riesce, ma ci lascia storditi e spaventati di fronte a ciò che un uomo può fare, può essere. Questa storia è ambientata in un mondo che conosce solo la lingua della violenza, perché tutto ciò che c’è è violento: lo sono gli alberi, la neve, gli animali e, soprattutto, come sempre, gli uomini. Questi ultimi distruggono, violentano ciò che era naturale e integrato. Il contraltare sono i nativi americani, ma non c’è scampo nemmeno per loro, perché la guerra è guerra e non importa chi sia nel giusto e chi nel torto, ciò che rimane da fare quando il mondo va in fiamme è combattere, fino alla fine.
La vera meraviglia di questo film è l’ambiente che racconta e la fotografia è firmata da uno degli sguardi più consapevoli e affascinanti del cinema contemporaneo: Emmanuel Lubezki, vincitore di 3 Premi Oscar consecutivi e candidato 8 volte.
Siamo in un mondo nel quale la neve e il vento sono le uniche compagnie rimaste a chi viaggia da solo, e non raccontano fiabe, ma morte. Tutto è catturato nella sua cruda e naturale bellezza. Poi c’è Leonardo DiCaprio, vincitore per la prima volta di un Oscar, proprio grazie a questo film. Un attore dovrebbe sapere bene quanto sia difficile interpretare un uomo che non ha parole, che non può basarsi su quelle per raccontarsi, per farci sapere cos’ha dentro, cosa vive e cosa soffre. DiCaprio è mostruoso, ci sono scene nelle quali ciò che tocca sembra di averlo noi nelle nostre stesse mani; anche la fame diventa un qualcosa che quasi riusciamo a sentire giù nel buio delle viscere, noi che la fame non sappiamo cosa sia.
Se togliete ad un uomo la parola non gli rimangono che gli occhi, e quelli di DiCaprio riescono, come specchi doppi a riflettere non un mondo, ma due, quello interiore e quello esteriore e, in un ambiente come questo, la linea tra ciò che c’è fuori e ciò che c’è dentro è terribilmente sottile.
C’è un altro aspetto che colpisce subito chi guarda: la telecamera non è mai nascosta, è lì presente. Si potrebbe pensare che dichiarando la finzione venga meno l’empatia, ma non è così, decisamente non è così. C’è una scena in cui il respiro di Hugh Glass appanna l’obiettivo della macchina da presa, e per un secondo l’unica cosa che vediamo è il respiro stesso, quello di un uomo che lotta per ogni soffio e questo si deposita lì, tra lui e noi; è lo strato sottile che lo divide tra l’esserci ancora e il non esserci più.
Non si può né deve dimenticare un altro protagonista di questo film, il “nemico”, John Fitzgerald. Quest’uomo apparentemente e realmente mostruoso, capace delle atrocità più efferate, è anche una figura piccola e sofferente. Anche qui l’attore, Tom Hardy, è grandioso. Noi lo odiamo, lo odiamo da subito, perché per noi niente di ciò che vediamo è conosciuto, tuttavia, se si prova ad indossare quel freddo e quella violenza, si riesce ad intravedere qualcosa, la parvenza, forse solo l’ombra di un uomo, ma pur sempre di un uomo. Fitzgerald è l’estremo rimedio all’estremo dei mali, è il grido dalla sopravvivenza, e in questo non è così lontano da Glass. C’è ovviamente un più e meno giusto, ma se davvero proviamo a calarci nel mondo che viene raccontato ecco che, all’improvviso, quella rabbia, quella violenza riusciamo quasi a comprenderla.
Come al solito basta farsi delle domande: se fossi inseguito da un gruppo di nativi americani e dovessi trasportare il corpo di un estraneo, che mi rallenta e che, probabilmente, potrà essere la causa della mia stessa morte, cosa farei? Tenterei con le ultime forze di salvarlo o tenterei di salvare me stesso a qualunque costo?
È ovvio, nel film, questo personaggio è rappresentato in un modo così violento da rendere difficile ogni forma di empatizzazione, ma se le domande fossero queste, cosa risponderemmo?
Si deve uscire dalla morale per capire la crudezza di un mondo che non conosciamo e questa è una delle grandi verità del film: ogni giudizio sembra semplice, ma se si buca lo strato di ghiaccio che copre il mondo, si scopre che non è così. Per capire dovremmo spogliarci di tutto e tornare nudi sulla terra, nudi come esseri umani, disperati come esseri umani.
Questo film è il racconto di ciò che eravamo e che siamo ancora. Il contesto è diverso, così come lo sono i principi, i modi, i luoghi, ma sotto queste coltri noi siamo gli stessi.
E allora guardare The Revenant è scoprire cos’è un essere umano, cos’è stato e può essere, qualcosa di crudelmente meraviglioso e meravigliosamente crudele; è riconsiderare il peso del respiro, non darlo più per scontato e soppesarlo, perché ogni cosa acquista più valore quando rischia di essere l’ultima che possediamo.
Chi vuole sapere cos’è il freddo non deve fare altro che sedersi e aspettare che questo penetri fin dove riesce, fino in fondo alle ossa.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafiche di Luigi Mameli.
SERIAL CINEMA
THE REVENANT
THE REVENANT
Fino in fondo alle ossa
Chi se ne intende di cinema potrebbe dire che questo è un film epico, basato su una dicotomia troppo semplice, quasi scontata, tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. A mio avviso, la realtà (soggettiva com’è) è un’altra, ma partiamo dalla storia:
Siamo nel 1823, in Missouri, è inverno. Un gruppo di cacciatori di pellicce inglesi cercano di assicurare il proprio bottino, frutto di chissà quanti sacrifici e combattimenti. Sono lontani da casa da anni, tutto ciò che possiedono o ricordano è lontano migliaia di chilometri, così distante che è come se non fosse mai esistito.
Tra gli inglesi c’è un uomo, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), la sua storia è ispirata a quella dell’esploratore omonimo e realmente esistito, famoso per essere sopravvissuto all’attacco di un orso Grizzly e per aver attraversato più di 300 chilometri a piedi, solo, immerso nel gelo e nella neve.
Alejandro González Iñárritu arricchisce la storia reale inserendo elementi di sua fantasia, il primo dei quali è il tema della vendetta e il fatto che Glass sia padre di un figlio meticcio avuto da una indiana Pawnee, uccisa dai soldati statunitensi.
Nella pellicola Hugh Glass non ha più nulla per cui valga la pena vivere o sopravvivere, tutto ciò che ormai lo guida è un sentimento semplice e profondo: la vendetta in tutta la sua insensata purezza.
John Fitzgerald (Tom Hardy), uno dei due compagni che avrebbero dovuto proteggerlo, uccide il figlio di Hugh davanti ai suoi occhi impotenti. Da quel momento Glass ha un solo obiettivo, quello di trovare Fitzgerald e ucciderlo, pur sapendo che nulla gli restituirà ciò che gli è stato tolto.
Questa è la storia, ma perché questo film è così potente? Da dove deriva questa forza?
Ci sono film che si guardano, film che si potrebbero anche solo ascoltare, poi ci sono quei film che sono un’esperienza. The Revenant fa parte di quest’ultima categoria, è un film che si può respirare, odorare, toccare, assaporare; è un film dentro al quale si cammina nella neve e si sente che i piedi sprofondano per davvero; intorno c’è solo il silenzio rotto dagli scricchiolii degli alberi bianchi e aguzzi come le ossa alle quali somigliano; si vive la fame, il freddo, il dolore.
Non sono molti i film che concedono allo spettatore di entrare a far parte di quel mondo rettangolare e distante che è lo schermo, ma The Revenant non solo ci riesce, ma ci lascia storditi e spaventati di fronte a ciò che un uomo può fare, può essere. Questa storia è ambientata in un mondo che conosce solo la lingua della violenza, perché tutto ciò che c’è è violento: lo sono gli alberi, la neve, gli animali e, soprattutto, come sempre, gli uomini. Questi ultimi distruggono, violentano ciò che era naturale e integrato. Il contraltare sono i nativi americani, ma non c’è scampo nemmeno per loro, perché la guerra è guerra e non importa chi sia nel giusto e chi nel torto, ciò che rimane da fare quando il mondo va in fiamme è combattere, fino alla fine.
La vera meraviglia di questo film è l’ambiente che racconta e la fotografia è firmata da uno degli sguardi più consapevoli e affascinanti del cinema contemporaneo: Emmanuel Lubezki, vincitore di 3 Premi Oscar consecutivi e candidato 8 volte.
Siamo in un mondo nel quale la neve e il vento sono le uniche compagnie rimaste a chi viaggia da solo, e non raccontano fiabe, ma morte. Tutto è catturato nella sua cruda e naturale bellezza. Poi c’è Leonardo DiCaprio, vincitore per la prima volta di un Oscar, proprio grazie a questo film. Un attore dovrebbe sapere bene quanto sia difficile interpretare un uomo che non ha parole, che non può basarsi su quelle per raccontarsi, per farci sapere cos’ha dentro, cosa vive e cosa soffre. DiCaprio è mostruoso, ci sono scene nelle quali ciò che tocca sembra di averlo noi nelle nostre stesse mani; anche la fame diventa un qualcosa che quasi riusciamo a sentire giù nel buio delle viscere, noi che la fame non sappiamo cosa sia.
Se togliete ad un uomo la parola non gli rimangono che gli occhi, e quelli di DiCaprio riescono, come specchi doppi a riflettere non un mondo, ma due, quello interiore e quello esteriore e, in un ambiente come questo, la linea tra ciò che c’è fuori e ciò che c’è dentro è terribilmente sottile.
C’è un altro aspetto che colpisce subito chi guarda: la telecamera non è mai nascosta, è lì presente. Si potrebbe pensare che dichiarando la finzione venga meno l’empatia, ma non è così, decisamente non è così. C’è una scena in cui il respiro di Hugh Glass appanna l’obiettivo della macchina da presa, e per un secondo l’unica cosa che vediamo è il respiro stesso, quello di un uomo che lotta per ogni soffio e questo si deposita lì, tra lui e noi; è lo strato sottile che lo divide tra l’esserci ancora e il non esserci più.
Non si può né deve dimenticare un altro protagonista di questo film, il “nemico”, John Fitzgerald. Quest’uomo apparentemente e realmente mostruoso, capace delle atrocità più efferate, è anche una figura piccola e sofferente. Anche qui l’attore, Tom Hardy, è grandioso. Noi lo odiamo, lo odiamo da subito, perché per noi niente di ciò che vediamo è conosciuto, tuttavia, se si prova ad indossare quel freddo e quella violenza, si riesce ad intravedere qualcosa, la parvenza, forse solo l’ombra di un uomo, ma pur sempre di un uomo. Fitzgerald è l’estremo rimedio all’estremo dei mali, è il grido dalla sopravvivenza, e in questo non è così lontano da Glass. C’è ovviamente un più e meno giusto, ma se davvero proviamo a calarci nel mondo che viene raccontato ecco che, all’improvviso, quella rabbia, quella violenza riusciamo quasi a comprenderla.
Come al solito basta farsi delle domande: se fossi inseguito da un gruppo di nativi americani e dovessi trasportare il corpo di un estraneo, che mi rallenta e che, probabilmente, potrà essere la causa della mia stessa morte, cosa farei? Tenterei con le ultime forze di salvarlo o tenterei di salvare me stesso a qualunque costo?
È ovvio, nel film, questo personaggio è rappresentato in un modo così violento da rendere difficile ogni forma di empatizzazione, ma se le domande fossero queste, cosa risponderemmo?
Si deve uscire dalla morale per capire la crudezza di un mondo che non conosciamo e questa è una delle grandi verità del film: ogni giudizio sembra semplice, ma se si buca lo strato di ghiaccio che copre il mondo, si scopre che non è così. Per capire dovremmo spogliarci di tutto e tornare nudi sulla terra, nudi come esseri umani, disperati come esseri umani.
Questo film è il racconto di ciò che eravamo e che siamo ancora. Il contesto è diverso, così come lo sono i principi, i modi, i luoghi, ma sotto queste coltri noi siamo gli stessi.
E allora guardare The Revenant è scoprire cos’è un essere umano, cos’è stato e può essere, qualcosa di crudelmente meraviglioso e meravigliosamente crudele; è riconsiderare il peso del respiro, non darlo più per scontato e soppesarlo, perché ogni cosa acquista più valore quando rischia di essere l’ultima che possediamo.
Chi vuole sapere cos’è il freddo non deve fare altro che sedersi e aspettare che questo penetri fin dove riesce, fino in fondo alle ossa.
Articolo a cura di Matteo Fiorucci.
Grafiche di Luigi Mameli.

