LA LUCE CONTRO L’OSCURITÀ
SECONDA USCITA
PARTE II
TRUE DETECTIVE
I personaggi di Rustin, Martin e dell’assassino indossano delle maschere. Tutti e tre fingono di essere persone diverse da quello che sono e dalla loro vera natura. L’impassibile detective Cohle appare un uomo onesto: conosce il male, lo disegna in modo dettagliato e lo cerca. Non ne è affascinato, ma lo accetta e lo conosce. Sembra che dopo la morte della figlia e del matrimonio andato in frantumi il male di cui si circonda sia l’unica cosa che gli permette di continuare a vivere; ma con il tempo questa maschera si scontra con il suo senso etico profondo e la sua sensibilità.
Questa dicotomia lo spinge ad aiutare persone che ritiene accessorie e a cercare una giustizia pur consapevolmente vana e vuota. Vuota come la casa in cui vive e specchio del nichilismo metafisico di cui si fa portavoce.
L’impassibilità del personaggio crolla quando capisce che il vero serial killer è ancora a piede libero e che nessuno si preoccupa di riaprire le indagini. Nella scena finale, Rust scoppia in lacrime e affronta, in compagnia dell’amico Marty, quei sentimenti che aveva represso dopo la tragedia della figlia, il rimorso per aver incontrato l’assassino anni prima e non averlo riconosciuto, la gratitudine nei confronti del suo unico amico e l’accettazione di essersi sbagliato a proposito della figlia: prima di risvegliarsi dal coma, Rust, ritrova la bambina in quella “vacuità” che aveva tanto desiderato:
“Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda. Calda. Era come se fosse tangibile. Riuscivo a sentirla, Marty. Ero certo, ero certo che mia figlia mi stava aspettando. Lì. Era così chiaro. Lei era lì.”
L’opposto di Cohle è il detective Hart. La maschera di una felicità tutta illusoria. Una carriera soddisfacente, una bella casa, una famiglia felice con una moglie splendida e due figlie. L’uomo sotto la maschera, però, si rivela dopo poco tempo. La serenità in famiglia assomiglia a una recita teatrale i cui personaggi nascondono la loro natura. È un padre assente che coglie ogni opportunità per uscire di casa per andare a bere o tradire la moglie. Martin ha costruito una gabbia intorno a sé per sopravvivere e non dover fare i conti con quello che realmente è.
Il suo personaggio si tradirà, o meglio, si rivelerà alla vista del corpo senza vita di uno dei bambini sequestrati dai cugini Ledoux. Di fronte ad un male selvaggio e per lui incomprensibile, reagisce uccidendo a sangue freddo uno dei due cugini.
Il ruolo della donna viene interpretato dalla critica in differenti modi. Secondo la rivista online Slate, la donna ha il ruolo di riflettere la visione ristretta e mascolina dei poliziotti del posto. Una visione che ritroviamo nei comportamenti del detective Hart nei confronti della moglie e della figlia più grande. Indiewire, insieme a Slate, sostiene la tesi secondo la quale la storia si concentra su “le cose terribili che gli uomini fanno alle donne”, e continua dicendo che molte di queste non vengono segnalate o tenute in considerazione dalle autorità. Bambine e donne spariscono e nessuno le cerca o ne parla.
La donna ha un ruolo più profondo solamente per i due protagonisti: “Rust è perseguitato da donne che non sono lì, la sua ex moglie e la figlia morta, mentre Marty non riesce ad occuparsi in modo adeguato di quelle che ci sono”.
Errol Childress, nome del vero assassino, è un personaggio senza storia. Una maschera in tutti i sensi. Ci viene rivelato come un personaggio raccapricciante. Vive in una casa rivoltante, dove il caos ha preso il sopravvento su igiene e qualsiasi legge domestica. Vive con la sua sorellastra con cui ha rapporti incestuosi; nel capanno accanto alla casa tiene segregato il padre, legato ad un materasso e vivo per miracolo.
In pochi minuti Pizzolatto riesce a tratteggiare la squallida quotidianità dell’antagonista. Un personaggio che per assurdo è l’unico a non mascherare se stesso di fronte ai propri cari. Al contrario di Hart, usa la maschera solamente fuori dal contesto familiare: è uno dei capi dei rituali, con il nome di Re Giallo, una figura autoritaria che si rivolge alle sue vittime e ai suoi nemici attraverso nomi inconsueti come “piccolo uomo” o “piccolo prete” e recitando versi su Carcosa.
Un assassino le cui motivazioni non sono interessanti o affascinanti neanche da un punto di vista psicologico come è invece per altri personaggi quali Hannibal Lecter ne Il Silenzio degli Innocenti (1991), John Doe in Seven (1995) o Zodiac nell’omonimo film (2007).
La sua unica caratteristica da assassino è la volontà di potenza e di autoaffermazione: vuole essere riconosciuto dagli altri e per questo lascia la sua firma sulla scena del crimine. Una natura che si scontra con l’anonimato e l’autonegazione del Rust nichilista, di un personaggio che vuole essere invisibile agli occhi della società.
Errol, invece, vuole essere notato. Vuole essere parte della società che non l’ha mai accettato per i suoi comportamenti devianti. Per questo motivo ha deciso di passare da vittima a carnefice:
“Sai che cos’hanno fatto a me? Quello che io farò a tutti i figli e le figlie dell’uomo. […] Ma non me ne vergogno. Vieni a morire con me, piccolo prete.”
Articolo a cura di Francesco Chiocci.
Grafica di Luigi Mameli.
SERIAL CINEMA
TRUE DETECTIVE
SECONDA USCITA
PARTE II
TRUE DETECTIVE
I personaggi di Rustin, Martin e dell’assassino indossano delle maschere. Tutti e tre fingono di essere persone diverse da quello che sono e dalla loro vera natura. L’impassibile detective Cohle appare un uomo onesto: conosce il male, lo disegna in modo dettagliato e lo cerca. Non ne è affascinato, ma lo accetta e lo conosce. Sembra che dopo la morte della figlia e del matrimonio andato in frantumi il male di cui si circonda sia l’unica cosa che gli permette di continuare a vivere; ma con il tempo questa maschera si scontra con il suo senso etico profondo e la sua sensibilità.
Questa dicotomia lo spinge ad aiutare persone che ritiene accessorie e a cercare una giustizia pur consapevolmente vana e vuota. Vuota come la casa in cui vive e specchio del nichilismo metafisico di cui si fa portavoce.
L’impassibilità del personaggio crolla quando capisce che il vero serial killer è ancora a piede libero e che nessuno si preoccupa di riaprire le indagini. Nella scena finale, Rust scoppia in lacrime e affronta, in compagnia dell’amico Marty, quei sentimenti che aveva represso dopo la tragedia della figlia, il rimorso per aver incontrato l’assassino anni prima e non averlo riconosciuto, la gratitudine nei confronti del suo unico amico e l’accettazione di essersi sbagliato a proposito della figlia: prima di risvegliarsi dal coma, Rust, ritrova la bambina in quella “vacuità” che aveva tanto desiderato:
“Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda. Calda. Era come se fosse tangibile. Riuscivo a sentirla, Marty. Ero certo, ero certo che mia figlia mi stava aspettando. Lì. Era così chiaro. Lei era lì.”
L’opposto di Cohle è il detective Hart. La maschera di una felicità tutta illusoria. Una carriera soddisfacente, una bella casa, una famiglia felice con una moglie splendida e due figlie. L’uomo sotto la maschera, però, si rivela dopo poco tempo. La serenità in famiglia assomiglia a una recita teatrale i cui personaggi nascondono la loro natura. È un padre assente che coglie ogni opportunità per uscire di casa per andare a bere o tradire la moglie. Martin ha costruito una gabbia intorno a sé per sopravvivere e non dover fare i conti con quello che realmente è.
Il suo personaggio si tradirà, o meglio, si rivelerà alla vista del corpo senza vita di uno dei bambini sequestrati dai cugini Ledoux. Di fronte ad un male selvaggio e per lui incomprensibile, reagisce uccidendo a sangue freddo uno dei due cugini.
Il ruolo della donna viene interpretato dalla critica in differenti modi. Secondo la rivista online Slate, la donna ha il ruolo di riflettere la visione ristretta e mascolina dei poliziotti del posto. Una visione che ritroviamo nei comportamenti del detective Hart nei confronti della moglie e della figlia più grande. Indiewire, insieme a Slate, sostiene la tesi secondo la quale la storia si concentra su “le cose terribili che gli uomini fanno alle donne”, e continua dicendo che molte di queste non vengono segnalate o tenute in considerazione dalle autorità. Bambine e donne spariscono e nessuno le cerca o ne parla.
La donna ha un ruolo più profondo solamente per i due protagonisti: “Rust è perseguitato da donne che non sono lì, la sua ex moglie e la figlia morta, mentre Marty non riesce ad occuparsi in modo adeguato di quelle che ci sono”.
Errol Childress, nome del vero assassino, è un personaggio senza storia. Una maschera in tutti i sensi. Ci viene rivelato come un personaggio raccapricciante. Vive in una casa rivoltante, dove il caos ha preso il sopravvento su igiene e qualsiasi legge domestica. Vive con la sua sorellastra con cui ha rapporti incestuosi; nel capanno accanto alla casa tiene segregato il padre, legato ad un materasso e vivo per miracolo.
In pochi minuti Pizzolatto riesce a tratteggiare la squallida quotidianità dell’antagonista. Un personaggio che per assurdo è l’unico a non mascherare se stesso di fronte ai propri cari. Al contrario di Hart, usa la maschera solamente fuori dal contesto familiare: è uno dei capi dei rituali, con il nome di Re Giallo, una figura autoritaria che si rivolge alle sue vittime e ai suoi nemici attraverso nomi inconsueti come “piccolo uomo” o “piccolo prete” e recitando versi su Carcosa.
Un assassino le cui motivazioni non sono interessanti o affascinanti neanche da un punto di vista psicologico come è invece per altri personaggi quali Hannibal Lecter ne Il Silenzio degli Innocenti (1991), John Doe in Seven (1995) o Zodiac nell’omonimo film (2007).
La sua unica caratteristica da assassino è la volontà di potenza e di autoaffermazione: vuole essere riconosciuto dagli altri e per questo lascia la sua firma sulla scena del crimine. Una natura che si scontra con l’anonimato e l’autonegazione del Rust nichilista, di un personaggio che vuole essere invisibile agli occhi della società.
Errol, invece, vuole essere notato. Vuole essere parte della società che non l’ha mai accettato per i suoi comportamenti devianti. Per questo motivo ha deciso di passare da vittima a carnefice:
“Sai che cos’hanno fatto a me? Quello che io farò a tutti i figli e le figlie dell’uomo. […] Ma non me ne vergogno. Vieni a morire con me, piccolo prete.”
Articolo a cura di Francesco Chiocci.
Grafica di Luigi Mameli.

